The Hormonauts @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Gennaio/2010]

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Entro al Circolo degli Artisti al 49’ del secondo tempo. In orario perfetto. Riise stacca di testa dagli otto metri, dritta sotto l’incrocio. Manninger è beffato e i romanisti di fronte al maxi schermo esplodono in un boato di felicità incontrollata. A me in realtà del calcio me ne frega meno di niente, ma le note di colore ci stanno sempre bene. Gli Hormonauts stanno già suonando ma la sala è mezza vuota e la cosa mi risulta strana. Non solo mezza vuota ma i pochi presenti non sembrano neanche partecipare al concerto. Si trovano di fronte al palco sembra per caso, o sarebbe meglio dire per abitudine, ad ascoltare distrattamente un gruppo che sarebbe potuto essere qualsiasi altro. Strano. Quasi incomprensibile. Nonostante gli ormonauti mi sembrino meno in forma rispetto all’ultima volta che li ho visti (parliamo dell’Indipendent Day di almeno 7 anni fa) rimangono uno dei gruppi tecnicamente migliori e con il tiro maggiore del panorama italiano.

Il concerto prosegue con una prestazione fenomenale del batterista. Non riesco a levargli gli occhi di dosso, è scatenato una vera furia, si rigira le bacchette tra le dita tra un colpo di rullante e l’altro ma soprattutto ha quello che tutti i batteristi dovrebbero avere e cioè la vera “pezza”. Sembra che massacri le pelli con tutta la forza che ha in corpo mantenendo la precisione dei batteristi che hanno studiato. È incredibile. Il vero spettacolo lo ha fatto lui facilitato anche dalla disposizione sul palco che lo vedeva spostato insieme ai tamburi sulla destra all’altezza del chitarrista che comunque ha dato prova di tenere in maniera discreta il palco. Mi ha deluso un po’ il contrabbassista. Mi ricordavo che col suo strumento faceva di tutto: lo faceva roteare, ci saliva addirittura sopra, se lo metteva a mò di chitarra. Invece se n’è rimasto mestamente sul suo metro quadrato di palco senza aggiungere nulla alla resa scenica. Le danze incominciano a farsi serie verso la seconda metà del concerto ovvero verso le 23, e mi rendo conto che la sala adesso è gonfia di gente che non riesce neanche più ad entrare e ho avuto un’illuminazione: per quanto provi stima e rispetto immenso nei confronti del Circolo degli Artisti per essere uno dei pochi locali che cerca di conformarsi con l’abitudine europea di far iniziare i concerti presto per permettere alla gente di andare a lavorare il giorno dopo, purtroppo bisogna sbattere la testa contro il fatto che in Italia non c’è l’abitudine tedesca o inglese di iniziare a bere dal pomeriggio, quindi se un concerto inizia alle 22 l’atmosfera non potrà scaldarsi prima di un’ora in quanto dovranno arrivare i ritardatari a cena e aspettare che i presenti abusino di alcool. A parte questa opinione personale l’eclettismo degli Hormonauts funziona benissimo dal vivo. Alternando rockabilly, r’n’r, folk americano e sfuriate più punkeggianti non si riesce a non divertirsi. A differenza di gruppi più attitudinalmente e musicalmente punk come i romani Bone Machine o i tedeschi Mad Sin, il gruppo capeggiato da Andy MacFarlane è molto più “raffinato”, per intenderci i suoni sono più puliti, da mainstream, ma è proprio la sua chitarra a dare molta più originalità alla loro musica di quanto riesca a fare qualsiasi altro musicista di un gruppo rockabilly, genere che viene dagli anni ’50 e che in alcuni casi in quella decade si è fermato reiterando inutili clichè. Lo scozzese grazie alla sua tecnica oltre a suonare dei fraseggi invidiabili sembra avere una conoscenza totale di qualsiasi genere musicale sia attinente al r’n’r, al blues e alla musica americana in genere e quindi la scaletta del concerto è stata variegatissima. Forse meno divertenti dei sopra citati Bone Machine, ma molto più innovativi.

Andrea Di Fabio