The Hidden Cameras @ Le Scalette [Terracina, 4/Aprile/2010]

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La sorpresa più bella in un ideale uovo pasquale musicale. In attesa dei TV On The Radio a Zagarolo e degli Yo La Tengo a Capracotta, ecco materializzarsi gli Hidden Cameras sotto la cappella di Giove Anxur. Terracina è solleticata da un’inspiegabile pioggerellina mittleuropea fin dalla mattina. Che fortunatamente non si trasformerà mai in rumore battente o peggio ancora in diluvio. Un’occasione di relax e ripresa delle umane connettività che va a sposarsi a meraviglia con l’arrivo del collettivo canadese, reduce dalle date nerd-reportate di Bologna e Roma. L’appuntamento con l’estremo Dante è per l’ora dell’aperitivo. Il gruppo d’ascolto è composto da sei persone. Siamo dinnanzi ad un doppio primato: tre live report consecutivi della stessa band in tre giorni egualmente consecutivi e un cambio di maglietta stile centro commerciale che il nostro Dante effettuerà a fine concerto, dopo averla comprata di otto misure più grande due giorni prima sotto le torri bolognesi.

Le Scalette è un piccolo ristorante con un sala alla cui estremità è posizionato uno spazioso palco parquettato in legno scuro. Sono da poco passate le 22 e gli avventori alla cena hanno finalmente terminato le loro faccende. Dante, in pieno fomento agonistico, viene salutato da mezzo gruppo, compresa la biondina addetta al merchandise. La sala si va lentamente riempiendo fino all’esaurimento, segno di tanta curiosità e di una inaspettata scena indie pontina. Ci posizioniamo in prima fila che non è primissima per via di due autoctoni cinquantenni – che nel 2010 indossano ancora la camicia bianca con collettone inamidato – che pensano bene di prendere due sedie e incollarsi davanti a tutti allungando le gambe con i piedi sul palco. Dopo tre inviti da parte dell’organizzazione e del solito attaccabrighe (Dante) si alzano pur rimanendo in pole position.

La banda di Toronto è pronta. Ultimi dettagli tecnici e poi tutti ai propri posti. La scaletta è praticamente la stessa presentata nelle due precedenti date a noi già note. E’ un inizio slow, semi-acustico, silenzioso, apparentemente tranquillo. Un lento carburare dove Joel Gibb comincia ad attirare l’attenzione non meno del catalizzante violino di Jamie McCarthy, che viene coreograficamente suonato come un ubriacone taglialegna alle prese con partiture country. Un ragazzo con la maglietta degli Oasis è stupito di come i nostri possano incredibilmente intercambiare gli strumenti (!). Il caldo aumenta mentre il concerto sale di pathos. La mimica facciale di Gibb, la precisissima tromba di Shaun Brodie, la nerditudine della tastierista occhialuta Maggie, i primi “duelli” tra lo stesso Gibb e il violino di cui sopra, i sorrisi degli altri membri, tutto comincia a prendere il ritmo giusto. Arriva il clou tanto atteso. Passano in rassegna altalenante brani da tutti gli album con un finale riservato ovviamente all’ultimo ampolloso ‘Origin: Orphan’. Ma prima c’è l’enorme/cupa/magniloquente feralità di ‘Walk On’, la grandissima e trascinante ‘Bboy’, il siparietto di Gibb che sproloquia in italiano urlando “abbasso il Papa, abbasso il Vaticano… viva l’Italia, viva…” mentre quei puntini di sospensione verranno colmati da un giovane del luogo che grida “viva la sorca”, ignaro della dichiarata omosessualità di tutto il settetto.

Arrivano i singoli del nuovo album (‘In The NA’ vince sempre), arrivano i balletti, le linguacce, le occhiatacce, i saltelli d’insieme, la bellissima ‘Smell Like Happiness’ dove come da copione i canadesi si bendano di rosso, fino alla coreografica e coinvolgente ‘Breathe On It’. Ormai è una festa. Volano urla di giubilo. Siamo sudati fino al midollo. Il pubblico pontino gradisce a non finire. Ringraziano in un quasi perfetto italiano. Escono da una sorta di porta-finestra. Non ci crede nessuno e dopo un lapidario “Suonaaaaaa!” eccoli di nuovo a terminare con il bis che ripropone in versione allungata ‘Origin: Orphan’ con la quale avevano aperto la serata. Serata che al tirar delle somme risulterà essere stata deliziosa, caratteristica, originale. Anche grazie all’enorme professionalità e bravura di uno dei migliori collettivi in circolazione (se non addirittura il migliore). Ecco spiegato il perchè continuo a professarmi quasi totalmente esterofilo in campo musicale.

All’esterno ha ripreso a piovere leggermente, Brodie in maglietta autografa un CD ad un mio caro nerd-aggiunto, faccio lo stesso anch’io. Il trombettista dice che non si aspettavano tanta calorosa accoglienza. Gli spiego del primato dei tre report consecutivi. Mentre la biondina del merchandise cambia la maglietta a Dante non prima di averla lungamente annusata. Anche questo è folklore. Anche questa storia andava raccontata. Così, come una sorpresa pasquale.

Emanuele Tamagnini