The Hidden Cameras @ Covo Club [Bologna, 2/Aprile/2010]

759

Arrivano per un mini tour italiano una delle band più amate del pop dello scorso decennio, i canadesi The Hidden Cameras, autori di quattro album tutti eccelsi. Se nei primi tre si erano dedicati a un pop molto semplice, ma comunuqe capaci di scrivere canzoni da perpetrare nella memoria come ‘Music Is My Boyfriend’, ‘Fear Is On’, ‘Boys Of Melody’, ‘The Man I Am With My Man’, con il quarto ‘Origin Orphan’ osano di più, elevando i barocchismi, gli eccessi ma senza perdere di vista la dolciastra miscela che ricopre le loro canzoncine. Dichiaratamente gay, sopratutto nei testi, il gruppo si arriccia intorno alla figura carismatica del cantante chitarrista Joel Gibb, guascone mattoide della band.

Al Covo di Bologna ci sono poco meno di 100 persone, io ovviamente arrivo per primo. Conosco Joel che completamente rintronato prima mi chiede chi sono, poi se sono lì per lo show (no, in gita di piacere) e poi quando gli dico che lo vedrò due giorni dopo a Terracina strabuzza gli occhi ed emette un beckettiano “Waaatt?” ed io di rimando ”Yes, you are going to play in Terracina and I ‘ll be there” e lui “Tarra… where is?”. Niente da fare, dopo avergli spiegato che domani sarà a Roma (manco questa sapeva) e che a Pasqua sarà a Terracina emette un sibilante “sfrrsssssmmmmhh ok… a new place for me… enjoy the show”. Lo lascio stare, tanto è completamente perso. Faccio razzia al merchandise, LP, T-shirt, 2 CD, e attendo lo show. Attendo un’ora e mezza. Alle 23.30 l’intro metallico standard di ‘Origin Orphan’ dà il segnale d’inizio e uno ad uno i sette canadesi iniziano a salire sul palco quando il loro strumento si immette nella canzone. Joel ha una giacca paramilitare e fa intravedere una gaissima canotta della salute che non tarderà a mostrare in tutto il suo splendore. La set list è tutta incentrata, salvo rarissime eccezioni, sull’ultimo abum (tranne una delle più belle ‘He Falls To Me’… rabbia) ma al di là delle canzoni eseguite è il modo in cui gli Hidden tengono il palco a destare l’attenzione di noi tutti. Completamente beoti sono il violinista e Joel tra smorfie, saltarelli, boccacce, pose plastiche e balletti sincronizzati uno più stupido dell’altro. Ridono e fanno ridere. Su ‘Fear Is On’ Joel urla “Voglio vederti danzare” e parla un italiano niente male, visto che riesce ad esprimere verso la fine dei concetti politici sociali profondi “abbasso vaticano, abbasso papa e stronzo Berlusconi”. Quando eseguono ‘Bboy’ mi innervosisco perchè non la sopporto però devo dire che è stata una delle esecuzioni più divertenti con la tastierista in testa a tutti in quanto a demenza. Su ‘Do I Belong?’ in stile anni ’80, che sembra davvero un pezzo dei Queen, Joel si trasforma in una parodia di George Michael mentre quelli della band essendo tutti polistrumentisti, suonano quel che cazzo gli pare. Partecipa anche l’addetta al merchandise al tamburello. Grandissimo finale con ‘In The NA’, dove eseguono un balletto in sincro spassoso che ricorda il video, i cori a cappella di ‘Underage’ e la poppissima ‘A Little Bit’. Completamente invasati si buttano tra il pubblico tromba violino e chitarra per un gran finale tipo banda di paese. Nei bis, acclamatissimi, voluti a gran voce, eseguono un’apparente innocua ‘Breath On It’ da ‘Smell Of Our Own’ che diventa tipo una canzoncina per i bambini della scuola materna, con tutti noi del pubblico a eseguire le mosse infantili che ci suggeriscono (chiduere la bocca, gli occhi, le orecchie, su le mani al cielo). Sembra un concerto degli I’m From Barcelona. Chiudono poi definitivamente con ‘Music Is My Boyfriend’ dal secondo disco. Finisce nel delirio visto che l’aspettavamo tutti ed è tutti insieme cantiamo come scemi, ma felici come paguri, “we could be happy we could be free….”. Concerto emozionante, dolce, intimo, unico per tanti motivi. Ci vediamo a Tarracina cari Hidden Cameras. Se non vi perdete.

Dante Natale