The Hidden Cameras @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Aprile/2010]

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Una delle mie attività preferite degli ultimi anni è sicuramente andare a vedere concerti di gruppi pop-cazzone-corale, in cui sono sufficienti due-tre accordi, una melodia azzeccata e un buon ritmo per coinvolgere in canti e balli scriteriati chi tra il pubblico, per un motivo o per un altro, cerca un antidoto alla propria alienazione oppure è lì semplicemente per divertirsi. I canadesi Hidden Cameras erano sicuramente uno tra questi gruppi, ma la svolta un po’ pretenziosa e drammatica (probabilmente fuori dalla portata di Joel Gibb e soci) dell’ultimo album non faceva ben sperare. Infatti, quando entriamo in sala, le prime magniloquenti note del brano d’apertura, la title-track appunto dell’ultimo lavoro ‘Origin:Orphan’ a tutto fanno pensare tranne che a una serata spensierata. E sulle stesse sonorità si continua con i due brani successivi fino a quando arriva ‘Awoo’ che sembra volere preludere (nel suo alternarsi di melodie cupe e allegre) a qualcosa di diverso, che arriva sottoforma di tre-quattro brani più acustici e sereni, tra i quali spicca la meravigliosa ‘A Miracle’, intervallati dalla grinta (a dire il vero un po’ appesantita) di ‘Death Of A Tune’. Sicuramente è il momento migliore del set, perché da lì in poi si alternano pezzi che tra loro sembrano quasi incompatibili e che tradiscono la sensazione di unità che avrei sperato di trovare. Si passa perciò dalle fanfare funebri di ‘Walk On’ agli allegri sintetizzatori di ‘In The NA’, dal ballabile indie’n’blues di ‘Bboy’ al corale afrobeat di ‘Underage’ (con qualche base di troppo), da ‘Do I Belong’, dal sapore anni ’80, alle reminiscenze mariachi della tromba su ‘The Little Bit’. Non è un caso che i brani più convincenti continuino ad essere quelli del primo album, il gioiellino ‘The Smell Of Our Own”, ovvero (oltre alla già citata ‘A Miracle’) il territorial (ma non solo) pissing di ‘Smell Like Happiness’ suonata con tutti i sette/otto membri del gruppo bendati (“Happy are we when we choose to wear the blindfold and mark our own place with the smell of our own”) e la conclusiva fellatio omosex di ‘Breathe On It’ in cui il pubblico per la prima volta è stato invitato a eseguire una semplice ma divertente danza. Sono invece mancati come l’eroina molti loro capolavori che avrebbero reso il concerto indimenticabile (la sola presenza dell’inno ‘Ban Marriage’ o delle stesse gloriose piogge dorate di ‘Golden Streams’ avrebbero risollevato alla grande la serata). Lo stesso bis si è rivelato una delusione totale, visto che è stato riproposto di nuovo (questa volta in un versione remix) il brano di apertura ‘Origin: Orphan’. A quel punto, visto che mi era parso comunque uno scherzo, mi sarei aspettato che il gruppo tornasse di nuovo sul palco a fare un bel pezzo conclusivo. Invece dalle casse del Circolo è partita ‘The Boy with the Arab Strap’. Forse avrei dovuto vederli almeno cinque o sei anni fa perché le mie aspettative si realizzassero. Peccato davvero.

Daniele Gherardi