The Hangee V + Cactus @ Classico Village [Roma, 8/Dicembre/2006]

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E’ la nostra serata. Con il fido Aguirre vogliamo griffare l’ennesima partecipazione ad un piccolo/grande evento garage capitolino. Organizzazione No Disco. Per le nostre gole profonde non basteranno ravioli ricotta e spinaci, saltimbocca alla romana, cicoria ripassata/all’agro, dolce della casa, boccale di birra e caffè. Con questa ingolfante premessa ci muoviamo (!) alla volta del Classico Village. Nella sala più capiente rumina un popolo beatlesiano. E’ l’anniversario della morte di Lennon (così ci dicono) per questo sta suonando un gruppo tributo e molti astanti sventolano palloncini da inaugurazione centro commerciale. Zero. Svoltiamo nell’antro a noi destinato (quello più piccolo) dove stanno per esibirsi gli apripista Cactus. Il navigato trio romano è a supporto del recente lavoro omonimo (su Hate Records). Vogliamo testare se quel coacervo grezzo e dirompente può manifestarsi anche su di un palco. E’ tardi. L’affluenza non è delle più importanti quanto basta però per scorgere le Motorama, gli Intellectuals, un pezzo di Black Circus Tarantula e i soliti noti che non perdono l’occasione per muovere testa e corpo. La marcia dei nostri appare da subito spedita. Infiltrazioni wave (si ascolti il basso e si pensi alle anfetamine assunte da Mark E. Smith), ibridazioni care alla più caotica Blues Explosion e quel sound garage derivativo che non può non raccordarsi alle peggiori cose degli Oblivians. Un set potente. Potentissimo. Ma poco avvolgente. Poco entusiasmante. La notte è umida. Ventosa. Diviene nera quando entrano in scena i quattro cagliaritani The Hangee V. Che hanno come ispirazione iconografica e musicale le leggendarie compilazioni Back From The Grave. Ma non solo. L’irruento, tiratissimo garage rock (a tratti strumentale, a tratti prettamente surf) è figlio incestuoso di una generazione sixties indimenticabile. Batterista colorata a parte i tre agitatori, infatti, sono abbigliati come i furenti Music Machine. Un omaggio sincero. Convincono. Poche parole. Solo i piedi ben piantati sull’acceleratore. Gustosa sorpresa. Ho difficoltà respiratorie. E’ ora di andare. La cucina romana sta devastando le ultime capacità ambulanti. Mentre intorno c’è aria tesa. Le facce non sono più le stesse. E la musica è finita.

Emanuele Tamagnini

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