The Gutter Twins @ Auditorium [Roma, 27/Gennaio/2009]

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Un cono di luce color viola perpendicolare si apre improvvisamente sopra la sedia di mezzo. Illumina e rende ancora più ombrosa la sagoma di Mark Lanegan. La più grande voce che possiate trovare in circolazione. La Sala Petrassi è piccola e accogliente. Divani rossi senza file privilegiate. Palco scarno. Un pianoforte Ciampi approntato per Greg Dulli e le tre postazioni. I Gutter Twins si congedano. E scelgono la dimensione unplugged. Scelgono l’atmosfera. L’intimità. Accorciano la distanza tra il cuore e le mani della gente.

Ho amato alla follia gli Afghan Whigs. Tra le band assolute degli anni ’90. La scrittura tormentata dall’amore e dalle donne, la mai sopita voglia di soul, le sferzate taglienti. Sub Pop ma non Seattle. Gli Afghan Whigs con il grunge non c’entravano un cazzo. I Gutter Twins sono l’ultimo passaggio della lenta trasmutazione artistica di Greg Dulli. Un ragazzone di quasi 44 anni per metà greco e per metà irlandese di Cork. Lui nato nell’Ohio. Oggi appesantito dall’alcol e dal fumo smodato. Ma elegantemente in tiro. Elegantemente in nero. In mezzo il crocevia di una carriera. I Twilight Singers. Dall’epitaffio dei Whigs – il meraviglioso ‘1965’ – l’anima di Dulli si è via via concessa a quei temi cari in passato, colorandoli con la notte e con l’ispirata melodia. Black is the color, verrebbe da dire.

Mark Lanegan è il mezzo. Attraverso il quale condurre i sentimenti. Mark Lanegan è la voce. Immensa. Vestito di grigio, uguale a sempre. Accenna un sorriso in entrata. Appare disteso. Le mani poggiate sulle gambe. Un leggio. Qualche testo. Alla sua sinistra siede Dave Rosser, attempato chitarrista già dei Twilight Singers, dotato e pulitissimo nell’accompagnare i due giganti. Un boato accoglie il trio. Che alle 21.30 prende possesso della scena. La mezz’ora precedente era stata occupata dal set solista del londinese Duke Garwood che vanta un oscuro recente passato da quarto membro (segreto) degli Archie Bronson Outfit. Blues in punta di piedi. Avant-blues se volessimo riempirci la bocca di spocchia e precisione. Sopraffina esibizione.

Nella successiva ora e mezza gli occhi rimarranno incollati nello spazio di un metro e mezzo. Tra il faccione di Dulli e l’ultimo lembo di chitarra di Rosser. Un’intesa perfetta. In una location che forse i nostri non si aspettavano così austera e solenne. La voce di Dulli sembra ripulita e migliorata dagli eccessi. Capelli nerissimi pettinati da una parte. La solita. Lanegan è una statua. E ogni volta che emana una nota, anche la più semplice, sembra che il silenzio stringa forte alla testa. Obnubilando sensi e ragione. Mark Lanegan è dal profondo. Da ‘Saturnalia’ qualcosa. Poi dal repertorio dei Twilight Singers e quindi da quello solista dell’ex Screaming Trees. Ogni “suo” brano è inevitabilmente riconoscibile. Per dannazione e luciferina redenzione. E ‘Resurrection Song’ rivela l’esorcismo del dolore.

Poi un paio di brani al piano. Dulli si confonde con l’ombra e la coda dello strumento. Gli occhi diventano lucidi. Perchè anche quando è l’amore a essere protagonista Lanegan imprime e marchia alla sua maniera. Ora appare perfino dolce a ricamare spartiti certamente “dulliani”. Dopo un’ora tra gli applausi il break per attendere il richiamo del bis. Nuovamente sul palco per un’ulteriore mezz’ora. Fatta soprattutto di cover. C’è spazio per la voce di Rosser, per il classico ‘All I Have To Do Is Dream’ degli Everly Brothers, per lo standard rurale ‘Tennessee Waltz’ e per l’immortale ‘I Get A Kick Out Of You’ di Cole Porter.

Il cono di luce color viola si esaurisce. I tre escono in fila indiana. Ancora uno sguardo, un saluto, un breve cenno con la testa. Rimangono gli occhi lucidi e quella canzone nella testa. Quella canzone che parla di un bacio d’estate. Quando nascerà mio figlio la prima cosa che ascolterà sarà ‘Summer’s Kiss’.

Emanuele Tamagnini

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