The Growlers @ Circolo Magnolia [Milano, 12/Febbraio/2020]

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Sei anni e tre mesi, questo è il periodo intercorso tra l’ultima apparizione dei Growlers in Italia e l’attesissimo ritorno dell’altra sera al Magnolia di Milano. Sold out, come era giusto che fosse. Inaspettatamente siamo riusciti anche musicalmente a rimetterci un po’ a pari coi tempi e non perderci ancora una volta l’occasione per ospitare nel nostro paese una delle band più interessanti del panorama mondiale degli ultimi 10 anni, che avevamo lasciato come un branco di amabili scappati di casa ed oggi ritroviamo maturati e decisamente più consapevoli delle loro valore. Certo non è che siano diventati esattamente degli straight edge, il fatto che il frontman Brooks Nielsen, mentre si muove come suo solito con fare ondulatorio tra una danza e l’altra, cada inavvertitamente dal palco (rischiando tra l’altro di farsi malissimo) lo dimostra piuttosto eloquentemente, ma chi li conosce già da un po’ sa che in confronto a qualche anno fa i ragazzi di Orange County si sono dati una bella ripulita. Ci tengo a precisare che non hanno ancora nulla a che vedere con quel tipo di band che mette il “pilota automatico” sfornando performance fotocopia, questo no, assolutamente, ma il dilemma a questo punto è se manchi un po’ di quel “marciume” che li contraddistingueva nel primo periodo. C’è da dire però che in versione marcia molto probabilmente non riuscirebbero a fare due ore di concerto e questo non si può non tenere in considerazione.

Lo standard delle scalette ormai è questo, con non meno di 25 pezzi a concerto, un bene perché con otto dischi all’attivo è cosa buona e giusta accantonare il meno possibile, anche perché la forza dei Growlers sta nel saper trasmettere un senso di pace fatto di genuina spensieratezza e divertimento che però è anche l’ingrediente che funge da collante tra le influenze non vicinissime che hanno caratterizzato i loro cambi stilistici e le sperimentazioni dei lavori usciti in questi ultimi anni. La partenza è stata decisamente soft, probabilmente causa stanchezza e postumi vari, almeno a giudicare dai racconti di chi era a vederli in Svizzera il giorno prima. Poco male, il mood  che si crea è decisamente godibile e da la sensazione di poter decollare da un momento all’altro, cosa che effettivamente avverrà più o meno da metà set in poi, quando iniziano a calare gli assi, che nella fattispecie sono brani come ‘Someday’ (un titolo che è praticamente sempre sinonimo di qualità), ‘One Million Lovers’, ‘Graveyard’s Full’ e la preziosa ‘Empty Bones’, dal primo disco ‘Are You In Or Out?’. Fa quasi strano pensare che queste canzoni posseggano ormai tutti i connotati per essere definiti dei “classici”, dato lo status di band ormai di culto del quale la band gode meritatamente sia in America che in gran parte d’Europa, mentre qui a conoscerli sono ancora i cosiddetti “pochi ma buoni”. Per carità, il sold out in prevendita dato dalle 650 presenze al Magnolia di Segrate è un segnale piacevole ed incoraggiante ma, trattandosi di una data unica in Italia, non si può non considerare che il pubblico accorso sia composto proprio da quei “pochi buoni” provenienti però da tante città diverse, ad ogni modo senza stare troppo a guardare il pelo nell’uovo, va bene anche così.  Oltre ai classiconi dai primi album, misti ad estratti dell’ultimo lavoro ’Natural Affair’ (uscito per la neonata etichetta di proprietà della band, la Beach Goth Records), il disco più rappresentato nella setlist è però ‘City Club’ (2016), quello prodotto da Julian Casablancas e pubblicato con la sua Cult Records. Da ‘City Club’ è tratta anche ‘Blood of a Mutt’ che riserva un siparietto simpatico in cui un ragazzo in prima fila, tale Edoardo, mostra un cartello in cui dichiara di coltivare il sogno di suonare proprio quella canzone al basso insieme ai Growlers. Il fan viene fatto salire sul palco, il bassista Brad Bowers gli cede il suo strumento per fargli provare qualche nota al volo prima di partire e Brooks da la sua benedizione dicendo “At least now there’s someone on stage who knows how to fuckin play”, il tutto chiaramente tra l’ilarità generale. Per tutto l’arco del concerto il pubblico risponde alla grande, balla, canta, salta e si diverte visibilmente, la band ne è galvanizzata, tra le prime file si vedono e si sentono fan veri, di quelli che sanno i pezzi a memoria ed esultano riconoscendoli dai primissimi accordi. Durante la pausa prima dell’encore dalla platea viene intonato il ritornello di ‘Monotonia’, ma quando Nielsen e soci tornano sul palco eseguono ‘Shadow Woman’, ‘I’ll be Around’ e chiudono con la splendida ed iconica ‘Going Gets Tough’, congedandosi con la promessa di non far mai più passare tutto questo tempo per tornare a suonare in Italia. Speriamo sia davvero così.

Niccolò Matteucci

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