The Good, The Bad & The Queen @ Piazza Napoleone [Lucca, 20/Luglio/2019]

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L’ultimo mio ricordo in musicassetta è legato a questo super gruppo. Siamo nell’ottobre del 2006, l’iPod ha preso piede anche in Italia, nonostante le iniziali resistenze, il vinile di conseguenza sta tornando, come gesto di rottura nei confronti della musica liquida, ma una radio italiana trasmette in diretta il concerto di debutto dei The Good, The Bad & The Queen e per registrarlo mi rimane solo quel modo, antiquato anche per i tempi. Damon Albarn, Paul Simonon, Simon Tong, Tony Allen. Io amavo i Blur, i Clash, i Verve, e mi ero documentato su Tony Allen in quanto menzionato all’interno del solo inedito dei Blur in un loro best of del 2000, ‘Music is my Radar’. Ascoltai quasi distrattamente mentre registravo sulla mia TDK da 90, ma poi quel nastro su un supporto ormai datato lo consumai. Ricordo, anche adesso che la cassetta si è persa nei meandri degli scatoloni dei traslochi, Damon dare informazioni del tutto false al pubblico sui brani, ma loro non sapendone nulla non potevano capire, fin quando le trame, tutte sulla Londra moderna, si svelavano nei testi. Disse per esempio che ‘Northern Whale’, dedicata alla balena bianca che si era persa e nuotava nel Tamigi, era in realtà dedicata alla moglie, associandola al cetaceo. Poi seguì il disco studio, omonimo, bellissimo, indimenticato, ascoltato su ogni supporto esistente in ognuno di questi undici anni prima del seguito, ma senza mai pareggiare quell’imprinting avuto con l’ascolto di quel live. I pezzi dal vivo di quella cassetta li ricordavo ancora, e mi sembravano sempre più belli.

Arriviamo a Lucca da Roma dopo tre ore e mezza circa di viaggio in macchina. È un tragitto ormai rodato, battuto lo scorso anno per i Gorillaz (Damon Albarn, in un’altra forma) e la scorsa settimana per i New Order. Anche in quest’occasione scegliamo l’andata e ritorno senza il pernotto a Lucca, città carina, ma che non offre molto e che abbiamo già visto troppo. La speranza, nemmeno troppo nascosta, è che il prossimo anno il cartellone del Lucca Summer Festival non ci strizzi l’occhio a tal punto da “costringerci” a partire di nuovo due volte in otto giorni. L’area di Piazza Napoleone, luogo dove si tengono i concerti di quest’evento estivo che raccoglie un grandissimo numero di spettatori provenienti dall’estero (per i New Order, secondo i dati ufficiali, il 47% dei biglietti erano stati venduti fuori dall’Italia) è tutta transennata quando arriviamo, intorno alle 18, ma sedendoci a bere una tazza di caffè in un bar limitrofo al retro del palco, possiamo sentire, senza vedere nulla e nessuno, un po’ di soundcheck. Sin da subito gli arrangiamenti ci sembrano speciali, nella versione di ‘Green Fields’ che captiamo quasi in pieno. Notiamo anche che la piazza è stata riempita di sedie di plastica scura, a differenza del solito parterre libero e selvaggio, diviso in due aree: il pit, con posti più vicini al palco, e la seconda parte, che va dalla statua posta al centro della piazza fino alla fine della struttura che sorregge la tribunetta. Tempo di un aperitivo e ci avviamo all’ingresso, salutando nella passeggiata vecchi amici conosciuti negli anni, per lo più grazie alla passione per i Blur. Entriamo nel Pit un po’ sbuffando, perchè non ci va di lasciare altri amici e fan almeno quanto noi dall’altra parte della barricata, un po’ perchè troviamo ingiusto che qualcuno magari entrato due ore prima debba essere dietro di noi per una mera questione economica. Entrando scopriamo che la scelta di mettere i posti a sedere nella piazza è dovuta al numero davvero esiguo di biglietti venduti, solo 1.500. Lo scorso anno, per i Gorillaz, erano stati almeno dieci volte tanti, ma anche molti di più stando alla marea umana che ci trovammo intorno e alla difficoltà che facemmo per trovare una posizione quasi decente per assistere al live. Gli appelli di Damon dei giorni precedenti “Se non ci venite a vedere siete pazzi: c’è uno dei migliori batteristi del mondo, il chitarrista dei Verve e il bassista dei Clash” sembravano essere caduti nel vuoto, ma il successo di pubblico seppur non dai numeri, è arrivato eccome. Nell’ora e trenta abbondante di live l’entusiasmo è stato quasi sempre alle stelle, sebbene i pezzi in scaletta fossero quanto di più lontano dalle hit da radio che pure sono presenti in abbondanza nei progetti più conosciuti dei componenti di questa band, progetti dai quali con grande signorilità non hanno voluto attingere, anche se l’inserimento in scaletta anche di un solo pezzo dei Blur, uno dei Clash e uno dei Verve avrebbero portato sicuramente molti fan dell’ultim’ora al loro cospetto.

Sul palco troviamo, dalle 21.35 alle 23.10 circa, Damon Albarn a voce e tastiera, Paul Simonon al basso, Simon Tong alla chitarra, Tony Allen alla batteria, più un paio di elementi non meglio identificati alle percussioni e alle tastiere aggiuntive, e quattro giovani violoncelliste, tutte con un basco blu in testa, che regaleranno splendide parti orchestrali. Tutta la prima parte dello show sarà dedicata a ‘Merrie Land’, sophomore che ha seguito di ben undici anni ’The Good, The Bad & The Queen’ e si è scagliato contro la scelta del Leave, ovvero il sì alla Brexit. Damon ha dimostrato nei suoi testi e dichiarato stasera, di essere molto preso dalla questione, come quando è sbottato al microfono “I nostri politici fanno schifo, i vostri pure, buttiamoli tutti giù”, ripetendolo più volte e facendolo gridare anche al pubblico. Dopodiché, con un dito sulla tempia, farà il gesto universalmente riconosciuto della follia, dicendo che lo stato della politica lo fa impazzire. Infine dirà “E per questo ho bisogno di un drink”, invitando sul palco la sua fidata guardia del corpo, Smoogy, colui che ci prese per la collottola e ci buttò giù dal palco della Cavea dell’Auditorium, quando salimmo ad abbracciare il suo protetto Damon nel suo concerto romano da solista. Fu clemente oltre ogni più rosea aspettativa, visto che ci rimise in prima fila, invece di scaraventarci, come immaginavamo e meritavamo, ben lontani dal quartiere Flaminio. La nostra visuale anche stasera sarà ottima, i posti a sedere sin da mezzora prima del primo brano verranno abbandonati da tutti, ma le sedie, rimaste lì, incaselleranno per bene gli spettatori. Noi ci assesteremo intorno alla quinta fila, centralissimi, posizione perfetta per assistere al live e soprattutto ascoltarlo bene, cosa che non ci sarebbe stato possibile accatastandoci sotto cassa. Albarn indossa una Fred Perry nera con alloro dorato, della collezione disegnata da Miles Kane, di un paio di taglie superiori alla sua, un po’ per stare comodo nel dimenarsi qua e là, un po’ perchè per la prima volta nei nostri ormai annuali, o al massimo biennali incontri, lo troviamo un po’ appesantito. Sarà carico come al solito e non avrà alcuna cura per il filo, davvero corto, del suo microfono, quindi ci saranno gag ricorrenti con due roadie costretti a inseguirlo, in modi davvero comici, anche per via della stazza dei ragazzi, non proprio quella che ci si aspetterebbe da chi passa l’intera serata a fare scatti da centometrista in spazi ridotti. Il tizio alto quasi due metri, con i capelli ricci e lunghi e imbolsito, verrà anche fermato da Damon durante uno dei primi pezzi, dopo una delle sue scivolate in salvataggio del filo e della strumentazione, quando s’imbatterà in lui per puro caso durante un pezzo, tenendolo con sé fino al termine del suo eloquio, per poi dirgli “Go”, liberandolo da quel momento imbarazzante. Tra pubblico e artisti ci sarà comunione sin dal primo minuto, così non sorprenderà che dopo il terzo brano, il frontman e motore di tutto il progetto, nonché grande anfitrione, comunichi a tutti che proprio oggi è il settantanovesimo compleanno della leggenda Tony Allen, maglia verde e occhiali da sole che brillano nel buio. Tony riceverà così un bel ‘Happy Birthday To You’, con Albarn al piano e Tong e Simonon a sottolineare qua e là qualche nota, di certo non mancherà la voce del pubblico nella propria dimostrazione di affetto a un esempio di ritmo e longevità. Per le quattro orchestrali, poste sul lato sinistro del palco, ci saranno pochi momenti nei quali verranno chiamate a fare quello che sanno, ma in ognuno di questi seppur rari istanti sapranno ricordare a tutti perchè sono state scelte, con grazia e maestria. Paul Simonon non proferirà una sola parola durante tutto il live, ma nel suo modo di ondeggiare e giocare con Damon farà capire molto più di sé rispetto a chi passa concerti a parlare di se stesso, soprattutto che è un genio del basso, mentre Simon Tong manterrà un atteggiamento più posato e, con la sua zazzera lunga e bianca, penserà solo a suonare e a far sembrare di essere il più a posto del quartetto. Questa nei TGTBTQ non è la prima collaborazione tra Tong e Albarn, visto che il chitarrista prese il posto di Graham Coxon in alcuni live dopo l’abbandono ai Blur del chitarrista nel 2002 e nel 2005 partecipando al disco ‘Damon Days’ dei Gorillaz. Tutti e dieci i pezzi di ‘Merrie Land’ verranno eseguiti nello stesso ordine dell’album, intro incluso, ma ragazzi, se l’album poteva sembrarci da alti e bassi, il live tocca livelli entusiasmanti. Seppure non si tratti di musica che fa dimenare le folle, non c’è una persona intorno a noi, compreso chi vi scrive, che riesca a star ferma, un pubblico raramente visto ai nostri lidi così impegnato nel suo ruolo di partecipante attivo a un evento. Chi prova a far partire un battimani, chi un coretto, chi canta a squarciagola, Albarn in qualche occasione potrà persino permettersi di direzionare ai presenti il microfono senza cantare in prima persona. Lui stesso ci coinvolgerà molto, sfruttando così l’enorme affetto ricevuto, tentando persino, per la prima volta in sei volte che lo vediamo dal vivo con i suoi vari progetti, a parlare in italiano. Prima due “Forza!” detti con un accento che sembrerà sardo, crediamo una sua traduzione del “C’mon!” che con egual enfasi aveva pronunciato poco prima. Poi una volta passati alla seconda parte del live, quella nella quale ci si dedica alle tracce del primo disco, al termine della prima ‘History Song’ indirizza il pubblico ad andare prima “Piano” e poi “Forte” con i lalala del coro, tutto normale se non fosse che anche in questo caso si esprime in italiano, con la solita inflessione sarda. Sorride al pubblico, diverte, e si diverte, nonostante di fronte a lui non ci siano i 100.000 di Hyde Park, ma solo 1.500 anime arrivate da tutto lo Stivale col loro carico di passione. Delle dodici tracce del disco di esordio ne faranno tutte escluse due, facendoci comunque recriminare, visto che una di quelle era la dolcissima ‘Northern Whale’ della quale vi abbiamo parlato a inizio report. Ci sarà spazio per tutti i pezzi più apprezzati dal pubblico come ’80’s Life’, il singolo di debutto ‘Herculean’, ‘Nature Springs’, e nell’encore per tre pezzi come ‘Kingdom of Doom’, quella che ha ricevuto la maggior ovazione dai presenti, ‘Green Fields’, arrangiata meravigliosamente come avevamo avuto modo di ascoltare nel soundcheck e la finale, perfetta per chiudere il set, ‘The Good, The Bad & The Queen’, un titolo che basta da solo per capire che si tratti di un manifesto, quasi del tutto strumentale, del quartetto dotato di classe innata, tecnica sopraffina e capace di coinvolgere i figli dei 70, degli 80 e pure dei 90 (ne abbiamo le prove). Quella live sembra essere la modalità migliore per fruire della musica prodotta da questi splendidi artisti, da quella cassetta del 2007 al concerto di oggi non è cambiato proprio nulla.

Andrea Lucarini

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