The Go! Team @ Locanda Atlantide [Roma, 3/Dicembre/2005]

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Dopo i recenti concerti degli Architecture In Helsinki e di Why? questa volta tocca al collettivo inglese ribadire, se mai ce ne fosse stato il bisogno, l’attuale predisposizione all’eclettismo e al polistrumentismo, tendenza che trova facilmente una spiegazione con una sola parola: divertimento. Quando ascolti persone che durante un concerto si tolgono la chitarra per poi andare a suonare la batteria, ma non prima di aver imbracciato il basso, essere andati dietro le tastiere, imboccato un’armonica e strimpellato un banjo (sempre con ottimi risultati), quando vedi la piccola scatenatissima frontman esibirsi in danze scatenate tanto da coinvolgere anche le mummie più pigre, quando un’ancor più minuta batterista si avvicina al microfono per cantare una spassosa e romantica filastrocca, quando ti imbatti nell’ennesima nippogiapponese che non perde mai il sorriso passando da uno strumento all’altro …. è difficile non divertirsi insieme a loro. Diventa impossibile quando la musica è di assoluta qualità. Ed è questo il caso del sestetto multistrumentista, multietnico e multifunzionale che si è esibito sabato sera alla Locanda Atlantide. Ad aprire le danze avevano pensato i convincenti Her Space Holiday, trio (quartetto se consideriamo il pc dal quale uscivano percussioni varie e tappeti di archi) statunitense fautore di un ottimo pop in cui spiccava la potente sezione ritmica disco soul (alla Barry White tanto per intenderci, ma leggermente più cadenzata), mentre il chitarrista (sosia di Graham Coxon) cantava discrete linee melodiche a basso registro. Promossi con buoni voti!

Ma il piatto forte erano ovviamente i The Go! Team e il locale, ormai gremito, li attendeva con ansia mentre i numerosi roadie sistemavano gli ultimi aggeggi sul palco. Attesa abbondantemente ripagata, perchè un sabato sera così entusiasmante era da tempo immemore che non lo si passava (che vita grama direte … avete ragione). Sin dall’inizio del set il gruppo ha trascinato il pubblico in danze spastiche o perlomeno in accentuati movimenti del collo, riproponendo nella quasi totalità il loro unico (per ora) e strepitoso album ‘Thunder, Lightning, Strike’. I 3 ragazzi e le 3 ragazze da Brighton sono autori di una miscela entusiasmante di pop, rock, hip-hop, soul, rhythm’n’blues e quant’altro (che chiamerei hip-pop) e trovano nella dimensione live e nel rapporto biunivoco con la platea il loro vero motivo di essere. Conosciuti da una nicchia buongustaia come una delle migliori new sensation degli ultimi anni (e inconsapevolamente dal grande pubblico che li ascolta ogni volta che su MTV passa il promo del programma Very Victoria), i The Go! Team non sono affatto un bluff montato dalla solita stampa britannica: questi qua hanno decisamente classe, temperamento, originalità e entusiasmo dalla loro parte. E un notevole talento sia in fase di composizione che in fase di arrangiamento. Talento maggiormente evidente nei 2-3 pezzi strumentali non presenti nel loro album: sono pezzi che ogni compositore di colonne sonore vorrebbe scrivere, pezzi che riescono a farti immaginare paesaggi e situazioni rendendo così superflue le immagini (come solo pochi sanno fare, Morricone su tutti), per cui improvvisamente ti ritrovi catapultato sul ring di Rocky XL, o a combattere i cattivi robot rosa al fianco di Yoshimi, o a correre per per le vie di una metropoli mentre lotti con le tue speranze e i tuoi timori. Ogni brano è un potenziale hit, l’energia che Chi, Ian, Ninja, Kaori, Sam e Jamie trasudano è davvero invidiabile e contagiosa. Si capisce anche il motivo per cui un tale Kevin “Fucking” Shields (ex My Bloody Valentine) abbia lavorato per il remix di due loro brani. Oltre al già discusso polistrumentismo è da notare anche un originale uso poco ortodosso degli strumenti stessi: doppia batteria mai superflua, clavietta a simulare i fiati e scratch di vinile riprodotto alla perfezione usando le corde sul manico della chitarra. Ho finalmente scoperto anche che fine ha fatto il flauto dolce che usavo alle medie. Speriamo che, dopo Inghilterra, Canada, Stati Uniti e Australia, anche il belpaese riesca a sfornare band così energiche e così gioiosamente coinvolgenti. Ce n’è davvero bisogno, perchè è questa la musica che piace a noi e di cui abbiamo disperato bisogno.

Daniele Gherardi

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