The Fleshtones @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Ottobre/2006]

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Come il surfista è alla continua ricerca dell’onda perfetta. Come il velocista è alla continua ricerca della vittoria sul tempo. Come l’automobilista è alla continua (ma vana) ricerca di una strada fantasma. Come il regista è alla continua ricerca dell’inquadratura perfetta. Come l’alpinista è alla continua ricerca della vetta più alta. Come il cane è alla continua ricerca di un angolo da marcare. Come il coglione è alla continua ricerca della rissa. Così anche l’appassionato musicale è alla ricerca della serata “assoluta”. Che si può manifestare solo quando giungono a collimare alcune imprescindibili coincidenze spazio-temporali.

[1] – Giorno della settimana = Mercoledì
[2] – Avvenimento sportivo = Campionato di calcio (ma può andar bene anche turno di coppa continentale)
[3] – Serata autunnale
[4] – Una band senza hype
[5] – Una band come i Fleshtones

Bene, tutto questo si è verificato in una classica “ottobrata” romana che ha avuto come protagonisti proprio i quattro ragazzi del Queens.

[The Bone Machine]
Il rodaggio del motore spetta ai navigati The Bone Machine. Trio punk”A”billy di Aprilia conosciuto per la caratteristica di indossare splendide maschere (fatte a mano) da wrestler messicani, nonchè per aver splittato (su Valium Records) con i Melt Banana e ovviamente per una trascinante/rutilante miscela sonora che taglia in maniera netta il rockabilly (Johnny Burnette è il pioniere faro della loro proposta), il garage rock più bastardo (The Sonics su tutti) e l’ibridazione lasciva dei sempre lodati The Cramps. Voce/chitarra, contrabbasso, batteria ed il gioco sporco è fatto!

[NY Gods]
Quello che speravamo. Per dimenticare le recenti fatiche. Per spezzare le ossa al nemico più duro a morire: routine. Il concerto più divertente dell’anno dopo Phantom Surfers del gennaio scorso. Il concerto più sudato dell’anno dopo quello dei bolognesi Cut della primavera scorsa. Il concerto che non ti aspetti tra strade deserte e voglia di picchiare il prossimo tuo che allegramente ti sputa addosso fumo e bile.

New York 1975 – Roma 2006
Chiaro no? Trentuno anni passati pericolosamente. L’unica band della scena punk wave della grande mela a non aver mai avuto un giorno di stop. Un giorno di break. Un giorno di merda. Ci sono ancora in pratica i tre membri originali che rispondono all’appello così: Peter Zaremba (leader dal ciuffo biondo come la scintillante camicia che indossa per l’occasione), Keith Streng (chitarrista uscito dal fumetto “Ten Ten”) e Bill Milhizer (batterista vampiresco e sbilenco ma preciso come un metronomo ubriaco). Completa il fab quartet il bassista canadese Ken Fox (un bell’uomo davvero) che nel 1990 sostituì mister Andy Shernoff. Il Circolo degli Artisti si aggiunge ad un’impressionante lista di club calpestati dai nostri vecchi eroi. Nella sola New York i Fleshtones li hanno “battezzati” tutti. L’esordio all’ormai ex leggenda CBGB’s, poi Danceteria, Max’s Kansas City, Club 57, Irving Plaza… il marchio di un suono in un periodo irripetibile. Discografia lunga. Frastagliata. Con alcuni side project e tante cose da raccontare. Una parte delle quali ci viene narrata questa sera. Pubblico non foltissimo ma estimatore. Peter Zaremba è un guascone. Di più. Un autentico giullare e gran figlio di puttana. Un mestierante. Una scheggia impazzita, alticcia e assai divertita. Partono i brani dall’ultimo album. Il recente “Beachhead”. “I Am What I Am” è il loro nuovo manifesto. Per allungare una carriera coerente. Longeva. Onesta. Fracassona. Revivalista. I Fleshtones sono gli autentici dei del revivalismo. Andate a chiedergli se conoscono i misconosciuti garage rocker sixties The Remains. Vi faranno accomodare alla loro tavola. Ma la musica è una scusa. Vogliono sopperire all’età con lo show vero e proprio. Su e giù dal palco. A turno. Lunghe rincorse tra il pubblico. Mosse meccaniche come un’autentica banda new wave demenziale. Organo farfisa che a tratti tinteggia le pareti del locale. E poi quelle facce. Attori consumati dell’avanspettacolo musicale che nella loro lingua (lunga) si chiama “professionalità”. La lezione di come si debba intrattenere il pubblico non è però finita. Zaremba caracolla. Mentre Streng e Fox scendono con due sedie tra la folla appiccicosa. Ci salgono sopra e cominciano a ruotare come garage/carillon. “Pretty Pretty Pretty” intanto arrovella e scuote. E’ iniziato il delirio. Zaremba torna tra noi. Mi becco una strizzatina di capelli… un face to face da tramandare ai posteri… quindi prende un casco di una ragazza… e si fa fotografare con pose militari. Tornano giù anche gli altri. Inizia l’ora di ginnastica. Flessioni per tutti. Prendono a caso alcuni spettatori e giù faccia sul pavimento a pompare. Zaremba dà l’esempio finale. On stage, però, alla chitarra c’è un ragazzo spinto contento a prendere il posto di Streng e al basso Fox viene rimpiazzato da un simpatico occhialuto che sorprendentemente tiene il tempo con le 4 corde! Orgia pura. Il ringraziamento finale è un’altra piccola gemma coreografica mentre “Pickin’ Pickin'” frulla come un elettrodomestico in calore. Escono per un “evidente” bis. Madidi e zuppi di sudore ringraziano a modo loro. La lezione è terminata. La serata archiviata. Roma 2006 – New York ?

Emanuele Tamagnini

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