The Exploited @ Init [Roma, 2/Maggio/2010]

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O anche: di quanto sia difficile affezionarsi sul serio a un gruppo punk di questi tempi. Io ci ho provato, rinunciando di colpo a tutto quell’apparato critico che viene da una spontanea e quasi totale adesione al post-modernismo. Che dice: basta con le ideologie, i dogmi, le filosofie di vita, e anche: difficile affezionarsi sul serio a qualcosa che nasce in un contesto di rivolta, da una culla di rifiuto radicale senza mai evolversi, senza arrivare alla sintesi. Prendete gli Exploited. Come trent’anni fa (28) continuano a lanciare slogan e insulti dal palco. Stasera si è contata almeno una dozzina di sinceri “fuck off”, contro la miseria di un solo “thank you”. Certe questioni contabili dicono tutto. Perché se Wattie continua a mandare affanculo se stesso e il pubblico, e a darsi microfonate sul cranio prima di ogni pezzo, è chiaro che con la stessa coerenza di sempre continua a odiare le macchine della polizia. E a predicare l’anarchismo. Altrimenti sarebbe una gigantesca presa in giro. Il dato rilevante è che mentre un tempo incitavano alla rissa, oggi (s)fortunatamente hanno smesso. Ve li immaginate quei tipetti occhialuti (che ostentano, i più spavaldi, dei timidi tatuaggi sulle braccia) e le loro compagnie femminile (qui stasera più per circostanza che per reale interesse) a essere spintonati mente sorseggiano placidamente le loro birre in bicchiere? Scoppierebbe il caos, quello vero. E ci sono dei vincoli contrattuali da rispettare: i locali messi a ferro e fuoco sono una cosa da secolo scorso. Qui, oggi, conviene limitarsi a un sano e decisamente più adeguato pogo che si concentri sotto il palco e nelle prime file. Wattie deve saperlo bene. Ed è qui che riprendo il discorso di prima: mentre per assistere a qualsiasi altra esibizione il problema non sorge, ogni volta che mi trovo a un concerto punk (ho iniziato a frequentarli, neanche troppo assiduamente, dal 2007: prima, sembra, ero troppo giovane anche per bere alcolici): ne vedo subito i limiti, le gigantesche contraddizioni in termini. E mi chiedo, possibile che dal genere che più ha rappresentato quel lato ribelle, sprezzante e mefistofelico del r’n’r (forse l’unico genere che lo ha fatto per davvero) ci si debba aspettare uno show, per ovvie ragioni, meno che ribelle, sprezzante e mefistofelico? Mi fa pensare a Pete Townshend, che scrive “I hope to die before I get old”, quarant’anni dopo. Ma, okay, queste sono questioni superate, e di pubblico dominio.

Altra cosa su cui ragionare, invece, è la questione-immagine: Wattie si è abbrutito, e non poco, con gli anni. E non sto parlando dell’inevitabile passare del tempo, dei segni dell’età e della perdita di capelli (la cresta ce l’ha ancora: dopo un periodo axeliano di treccine colorate, il nostro è tornato all’antico emblema da mohicano). Quello che voglio dire è che se incontrassi un tipo del genere per strada cambierei marciapiede. Cresta rossa, collana metallica e occhiali da sole aerodinamici alla James Hetfield (stasera no, ma diverse foto ufficiali lo mostrano col guardaroba abituale). Fisico massiccio, tarchiato e palestrato. Qualcuno sa dirmi la differenza, di primo acchitto, con un qualsiasi macho disperato come se ne incontrano in periferia e nei salotti televisivi mattutini? Se ci dev’essere, malgrado tutto, una certa continuità ideologica fra gli esordi e la coda lunga del post, è davvero opportuno mantenere quel look, fino a ridurlo a un’imitazione trash dell’originale? Perché il punk, come ogni rivolta astratta o tangibile, ha portato in sé anche un nucleo di censura estetica. Questi sono i dubbi.

Poi, a essere sinceri, stasera è successo ben altro. Dopo l’apertura dei giovani e validissimi Al And The Black Cats, formazione psychobilly con contrabbasso e cantante sosia di Sid Vicious (fisico minuto e lucchetto al collo), gli Exploited non hanno deluso affatto le aspettative. È stata un’ora e mezzo adrenalinica e effervescente, sudata e violenta al punto giusto. Wattie battezzava il pubblico con una bottiglietta d’acqua, il bassista continuava a passare lattine di birra ai fortunati astanti. C’era un tipo con una maglietta che diceva “Anarchy Terror Crew” e la cosa mi faceva sorridere senza alcuna malizia. La gente era in delirio e ha fatto stage-diving senza fermarsi un minuto. Ho visto tre ragazzine salire sul palco e cantare ‘Fuck The USA’ mentre l’addetto alla sicurezza cercava, con molta accortezza, di spingerle verso la fossa dei leoni più in basso. Io stesso ho cantato in un microfono almeno quattro strofe (si fa per dire) dell’educativa ‘Sex And Violence’. C’è stato un momento, proprio durante quella canzone, che la gente è salita in massa sul palco e non si è capito più niente. Ne sono uscito con la mascella quasi slogata, ma stranamente non provavo dolore. E ogni volta che qualcuno finiva a terra, e succedeva di continuo, c’erano almeno due paia di braccia anonime a tirarlo su, all’istante: una cosa da riscaldare i cuori. E forse il sottotitolo avrebbe dovuto essere proprio: il dolore di essere puri nel cuore. Perché, nonostante tutto, la prima calata in Italia dei pazzi di Edimburgo (quello di sempre più gli altri venuti dopo) è stata una cosa imperdibile, e imperdonabile chi non c’era. A volte, certi contro logici conviene lasciarli fuori dalla porta.

Filippo Bizzaglia

6 COMMENTS

  1. Io sono un imperdonabile!!!!! Non c’ero!!! ma canzoni come Sex & Violence e Army Life le avrò sentite miliardi di volte da adolescente… Cantare con Wattie poi! 😀

  2. “un qualsiasi macho disperato come se ne incontrano in periferia e nei salotti televisivi mattutini”

    Giusto, perchè da te che stai al centro ci stanno solo quelli giusti.

  3. Ah e comunque hanno aperto i Dys, che tu non hai visto perchè sei arrivato tardi, e ci sta, ma potevi almeno citare. Dato che sono un gruppo storico della nostra(?) città e un esempio di coerenza che io ammiro.

  4. a damiano: guarda che io in periferia ci abito. e dei Dys non sapevo nulla, ma proprio nulla, peccato.

  5. Ok, scusami, neache ti conosco in effetti. Era solo per dire che “di periferia” si usa spesso come dispregiativo e mi sembra una gran stupidaggine. Sull’altra cosa: non mi sembra granchè recensire su un sito abbastanza importante un concerto di cui non si sanno neanche gli interpreti.

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