The Ex + John Butcher @ Init [Roma, 11/Maggio/2003]

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In serate come questa la città è in fermento. L’evento è rappresentato dalla pubblica esibizione di un pluridecorato baronetto inglese, dal sapore del revival irrinunciabile. La massa è attratta dall’hype, sente pressante l’obbligo morale di presidiare il Colosseo violato dalla borghese celebrità che rifiuta la morte (perlomeno quella clinica; la sterilità artistica, se non vogliamo parlare di vero e proprio decesso, è un’altra cosa). Noi, invece, che siamo “altri” per scelta, questa sera ci rechiamo all’Init, a celebrare una delle più affascinanti band continentali degli ultimi anni. Incomincio ammettendo di non possedere gli strumenti tecnici per criticare una, pur rilevante, sperimentazione solipsistica per sax solo. Mi limito quindi a recitare gli encomi di una carriera lunga e importante come quella di John Butcher (chiamato ad aprire la serata), iniziata negli anni ’70, in Inghilterra, sotto gli auspici di un jazz eterodosso, poi approdata agli ’80 e ai ’90 con sperimentazioni ardite e una serie cospicua di collaborazioni. Anche i The Ex (Olanda) hanno un’età anagrafica di tutto rispetto: hanno esordito negli squat di Amsterdam nel 1979 e con piglio punk wave hanno attraversato il secolo, restando musicalmente fertili attraverso una copiosa produzione musicale, in parte curata da quello Steve Albini che non riusciamo (è incredibile) a non citare in ogni recensione, e recenti collaborazioni con Tortoise e Sonic Youth. Non saranno dei baronetti di sua maestà, certo, ma calcano il palco forse con maggiore regalità e risultano assolutamente sublimi, in una dimensione di sperimentazione sonora artigianale, che travalica i generi frullando punk, no-wave, jazz e improvvisazione. Sul set due chitarre (Terrie Ex e Andy Ex) più che usurate, sverniciate fino all’impudicizia del legno, sfregiate anche con cucchiai, aste di metallo, radioline tascabili (ah, espedienti di Cageana memoria…) e unghie. Una arditezza che è lontana dal dilettantismo militante di altre, pur rispettabili, bands: questi Ex sono gente che sa suonare. La ricchezza sonora che rivelano al gongolante pubblico è incommensurabile, difficile e potente, che contiene, certo, dissonanze e crudezza, ma che è anche capace di articolate costruzioni e di prolissi crescendo sinfonici esplodenti che mi hanno sbalordito. La soffice oscurità del contrabbasso (Rozemarie Hennen, recente acquisto a seguito della defezione dello storico Luc) e il drumming sfarzosamente tribale (Katherina Ex) aggiungono un tocco ritmico femminile che compiace l’udito combinandosi con le asperità elettrificate delle chitarre come carta vetrata e della voce riottosa di G.W. Sok, controbilanciandole in un perfetto, portentoso spettacolo che, benché intellettualmente ricco di contenuti, non è mai magniloquente e non annoia neppure per un secondo. La cosa magica, stupefacente, è come la combinazione di simili elementi produca una continuità eufonica; in questo la differenza dei The Ex rispetto ad altre camarille che esprimono una analoga furia sonica nichilista, iconoclasta, disturbante ed eversiva, ma non riescono poi a ricondurla, ad elevarla, fino al godimento per l’udito, alla soddisfazione dei sensi.

Alessandro Bonanni

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