The Enemy @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Febbraio/2008]

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Onestà nei pareri, anche a costo di apparire bacchettoni. Spietati, quando ce n’è bisogno. Diceva qualcosa di simile anche Lester Bangs. Fatto sta che questi Enemy deludono proprio, da tutti i profili possibili. Ammetto pure che, mettendo piede nella sala semipiena del Circolo, ho già qualche motivo di insofferenza per la testa. Tutta la documentazione e gli ascolti e i video non avevano fatto altro che riconfermare la mia idea: questi tre, nuovi volti dell’indie rock inglese? Bardi spodestatori di classifiche? Molti elementi giocano a loro svantaggio: la banalità degli arrangiamenti, la triade chitarra/basso/batteria che si ripete in un tu-tu-bam sempre invariato, la voce monocorda del cantante-ragazzino che, a parte un numero di stecche impressionante, si presenta sul palco ingabbiato in quella sua felpa “street oriented” con la zip tirata su fino al mento, un Liam Gallagher uscito l’altro ieri dal liceo – e per concludere l’inequivocabile aura da teenager-band, nei gesti e nelle pose, dei tre. Che aprono il loro show (che non dura più di una quarantina di minuti, tanto che me ne vado che non è ancora mezzanotte), con ‘Had Enough’, nuovo inno della gioventù (ahinoi poco) sonica anglosassone; per proseguire con ‘It’s Not Ok’, dal ritornello facile e immediato (“it’s not ok/to be a slave”, chiaro no?), ‘You’re Not Alone’ e l’altra manciata di brani dal loro album ‘We’ll Live And Die In These Towns’, uscito per la Warner Atlantic l’anno scorso. E non credo importi se il primo singolo ’40 Days And 40 Nights’ aveva trovato interessata quella Stiff Records memore dei primi lavori di Elvis Costello o dei Madness. Stampato in un migliaio di copie in vinile, prima del contratto con la Warner. O che i tre provengano da quella Coventry che aveva dato gli albori al delirio ska degli Specials. Perché quando si produce un rock pop a bassa concentrazione di neuroni, almeno si abbia il buonsenso per non sfoderare da inizio a fine serata quel ghigno sulla faccia. E la movenza animalesca e un po’ burbera della star consumata dalla cocaina. Se non proprio la gestualità da figlio del ghetto. Almeno quando sgombrano il palco, senza troppe cerimonie, si abbassano a stringere la mano di qualche fan. Avevo letto da qualche parte che quella di ieri sera sarebbe stata l’ultima occasione di vedere questa band, destinata oramai al successo internazionale da vaticini inconfutabili, nell’atmosfera di un rock club. Beh. Speriamo sia vero.

Filippo Bizzaglia

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