The Drums @ Qube [Roma, 25/Novembre/2014]

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 Sono sempre stato dell’idea che per capire pienamente un artista bisogna assistere almeno ad un suo live. È in quelle occasioni che tutto prende forma, ogni sfumatura diventa evidente ed ogni parte, lirica o strumentale, viene esplicitata con tutta la franchezza che mai si otterrebbe con il semplice ascolto casalingo. Quando si è da soli con un disco, poi, si tende a dargli un significato personale, ma trovandosi dinanzi a chi l’ha prodotto, creato ed ideato è facile capire che certi brani, per quanto possano essere entrati a far parte delle nostre vite, appartengono soprattutto a loro. The Drums li abbiamo seguiti in tutta la loro carriera, tanto da aver acquistato l’intera discografia, seguendo la cadenza delle uscite. Prima l’EP ‘Summertime!’, sette pezzi dei quali il più brutto è bello, poi l’omonimo album d’esordio, seguito da quello che a nostro avviso è il miglior LP (‘Portamento’) e dal recentissimo ‘Encyclopedia’, in cui l’anima dark ed elettronica prende il sopravvento sulle atmosfere più disincantate che permeavano i precedenti episodi. C’era il grande rimpianto di non essere mai riusciti ad assistere ad un loro live, così resta facile immaginare che al momento dell’annuncio della loro prima data romana, dopo un’attesa durata cinque anni, il 25 novembre è stato ricoperto da una serie interminabile di circoletti rossi sul calendario. Inizialmente programmato al Circolo degli Artisti, causa lavori di manutenzione dello storico locale, il concerto è stato spostato al Qube. La serata fa parte delle FSNCPS Live Experience e non poteva essere altrimenti, visto che proprio i ragazzi dietro questo moniker sono stati i primi, a queste latitudini, a diffondere la musica della band di Brooklyn nel corso dei loro dj set. Un anno più tardi ‘Let’s Go Surfing’ è stata scoperta dalla Peugeot che l’ha usata per pubblicizzare un nuovo modello di auto, senza produrre un impatto negativo su una band che nonostante quest’episodio ha proseguito per la propria strada senza strizzare più di tanto l’occhio al mercato. Gli anni non sono stati privi di cambiamenti, visto che dei cinque membri originari soltanto tre sono rimasti al loro posto e solo uno, il frontman Jonathan Pierce, ha mantenuto il suo ruolo. Gli altri hanno cambiato strumenti e fatto spazio a due nuovi innesti a chitarra e batteria. Arriviamo al Qube abbastanza agevolmente, la capitale il martedì sera è priva di ogni focolaio di traffico. Complice la location più grande rispetto a quella originaria e la contemporanea cruciale serata di Champions’ League, c’è un po’ di timore di regalare un brutto colpo d’occhio a Pierce e soci. Niente di più sbagliato, nonostante negli ultimi anni non abbiano più prodotto grandi hits, nessuno si è dimenticato di loro e la sala concerti del locale di Via di Portonaccio è gremita dal palco al mixer, mentre sui lati c’è più spazio per chi vuole godersi il concerto in tranquillità. Arriviamo giusto in tempo per perderci i Love The Unicorn, opening act che sembra seguirci nelle nostre peregrinazioni concertistiche. Ci sarà un po’ da aspettare prima dell’arrivo degli headliner, ma la compagnia è buona e la birra decente, quindi il tempo passerà piuttosto velocemente. L’arrivo dei newyorkesi non sarà improvviso, ma curiosamente preavvisato. Al Qube infatti i camerini sono al piano di sopra rispetto a quello dove è situato il palco e quindi potremo osservare l’intera passerella del quintetto che si avvicina lentamente, prima di scendere i gradini che li porterà a raggiungere lo stage dal quale andranno ad esibirsi. Eccoli qua finalmente: il frontman Jonathan Pierce è più alto di quanto potessimo immaginare ed omaggia la città di Roma intonando un bomber rosso al suo iconico caschetto biondo. Jacob Graham, co-fondatore e altro membro forte, con la polo abbottonata fino alla gola, si posizionerà alle tastiere, occupandosi anche della gestione degli effetti di voce e strumenti. Il fascino per il riverbero ha avuto un ruolo molto importante nella loro scelta di fare musica, come affermato dallo stesso Graham in più di un’occasione. L’avvio è con due pezzi tratti dal disco più recente, i cupi ‘Bell Laboratories’ e ‘Let Me’. Poi si sale di ritmo, con ‘Me and the moon’ e ‘Days’, dai primi due album. Il pubblico, composto in prevalenza da esponenti del gentil sesso, inizia a muoversi ed a cantare, ma non è nulla rispetto a quello che accadrà intorno a metà live, con l’arrivo dell’accoppiata composta da ‘Best Friend’, marcetta allegra sopra alla quale si adagia un testo strappalacrime, e ‘Money’, altrettanto danzereccia per quanto riguarda la parte strumentale e molto sofferta per un testo che parla di chi farebbe di tutto per regalare la luna alla persona amata, ma che proprio non riesce a trovare i fondi. Non c’è quasi nessun contatto tra la band e il pubblico, giusto qualche incitamento di Jonathan Pierce a darsi una mossa, ma non ce ne sarebbe bisogno visto che la musica proposta è capace di coinvolgere, fisicamente ed emotivamente, senza bisogno di aiuti esterni. La batteria sembra essere molto più presente che nelle versioni studio, questione di volumi, e il suono è semplice e non troppo lavorato, al netto degli effetti. Ci piace proprio tanto quello che ascoltiamo e ci piace anche capire finalmente cosa c’è dietro a questi testi. La faccia di Pierce, la sua danza senza sosta, le sue mani che si intrecciano continuamente senza trovare mai pace, ci danno l’impressione di avere di fronte a noi una persona che a dispetto del look molto ordinato e poco ordinario è pieno di pieghe interiori, quelle che rendono così speciali i suoi brani. Ballare e far ballare mentre si cantano storie di migliori amici scomparsi prematuramente è qualcosa a cui la maggior parte degli artisti neanche penserebbe, prima ancora di non esserne in grado. La scaletta sarà sempre a rimbalzo tra pezzi intimisti ed altri più allegri (almeno in superficie), con l’intermezzo gradito di quelli che strizzano l’occhio all’elettronica, in gran parte tratti dal recente ‘Encyclopedia’. Zero sorrisi da parte della band, che con ‘How It Ended’ si congederà, almeno in via temporanea, dal palco del Qube. Potremmo scorgerli fuori da una finestra, al piano di sopra, mentre sembrano prendere aria o qualche boccata di nicotina, lasciando che i presenti si carichino in attesa del loro ritorno. Serafici, dopo qualche minuto, riprenderanno il loro posto per un encore composto da tre pezzi tratti dal primo album omonimo, tra i quali l’attesa ‘Let’s Go Surfing’, cantata con malcelata noia da Pierce, e la conclusiva ‘Down By The Water’, da brividi non soltanto per modo di dire. Poi ci saranno saluti, ringraziamenti e una piccola delusione: nella scaletta ci sarebbe dovuta essere anche la divertente ‘Saddest Summer’, purtroppo tagliata senza scrupoli. Senza voglia di aspettare altri cinque anni per un nuovo incontro live, decidiamo di ascoltarla subito in macchina, mentre torniamo verso casa. Ora, dopo aver scrutato chi l’ha composta da pochi metri, ci sembra di capirla molto di più.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

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