The Drones @ Musicdrome [Milano, 14/Ottobre/2009]

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A Milano il freddo è arrivato come un pugno nello stomaco. Attraverso la città con i mezzi e quando esco dal tepore di una metro pregna degli odori più nauseabondi la mia pellaccia svizzera quasi collassa. I dieci minuti a piedi sono una mezza tortura ma arrivato davanti al locale vedo la faccia sorridente di Andrea e tutto passa. Siamo un filo in anticipo così ci andiamo a prendere una birra in una squallida pizzeria cinese, dopo varie peripezie per quella dannata bottiglia usciamo e ci facciamo forza con un po’ di alcol pre-concerto.

Dentro al Musicdrome la situazione non è delle più rosee.  Ahimè il locale è semi deserto e con il passare dei minuti la situazione migliora di poco. È lo spunto ideale per intavolare l’ennesima discussione sull’assenteismo milanese, sempre più un dato di fatto. Difficile arrivare ad una risposta ma quel che è certo è che un tempo la situazione non era così pessima. Arriviamo a queste ipotesi: qualcuno sarà andato a vedere i Camera Obscura (alla Casa 139 sarà andata meglio?), altri saranno rimasti a guardare l’inutile partita dell’Italia in TV, la crisi economica non permette di sborsare 13 euro per un concerto validissimo,  i soldi ci sono (e secondo me a Milano ci sono) ma l’indie kid locale (per altro di milanesi veri e propri ce ne sono pochi) preferisce spenderli in qualche serata danzereccia ultra cool dove magari ci scappa un limone e del petting drogato ed infine la musica, in quest’era digitale, va semplicemente rubata attraverso il download pirata. Forse sono tutte cazzate, forse i The Drones non sono sulla bocca di tutti e non vengono passati nei posti “giusti”, eppure Pitchfork (bibbia indiscussa per chi ha bisogno di dimostrare di essere figo) ne parla bene e sono sotto contratto con l’etichetta a capo di uno dei festival più chiacchierati del mondo.

Le solite ipotesi, le solite cazzate, la solita conversazione ripetuta in loop da anni, fatto sta che quando Holly Throsby mette piede sul palco del locale il colpo d’occhio è deprimente. Pure lei australiana, voce e chitarra acustica e in un paio di pezzi un vecchio Casio. È accompagnata da Bree Van Reyk che spazia tra batteria, glockenspiel e fisarmonica. Fin dagli strumenti è facile intuire la proposta musicale, un’indie-folk che quasi non vuole disturbare i presenti. Tra un pezzo e l’altro é così timida che quasi le si spezza la voce.
Ammetto che non è il mio genere ma il tutto è piuttosto godibile e lei fa così tanta tenerezza che quasi le vorrei dare un buffetto sulla guancia.

Breve cambio palco e in un lampo compaiono sul palco i Drones. Tutti e quattro vestiti di nero, sarà un caso ma il loro look descrive bene  l’umore odierno e a confermarlo lanciano qualche fugace sguardo privo di entusiasmo verso il pubblico. Dopo pochi secondi non si fatica a riconoscere il basso di ‘Nail It Down’, pezzo di apertura della loro ultima fatica ‘Havilah’. Ci vuole un po’ per assestare i suoni e quindi il tutto parte un po’ in sordina. Purtroppo per tutta la durata del concerto la voce malinconica e sofferta di Liddiard è parecchio sommersa dalle chitarre, situazione che fa perdere un filo di pathos alle composizioni del gruppo. Luscombe, probabilmente cercando di animare i presenti, ci chiede se li abbiamo sentiti in radio, in due o tre rispondiamo di no. Sconsolato ci risponde: “Peccato, siamo stati bravi”. Prime ed ultime parole pronunciate.
Fortunatamente ci pensa una fantastica versione di ‘The Freedom In The Loot’ ad incanalare il concerto nel verso giusto. La sezione ritmica è solidissima e precisa, ma sono le chitarre che danno una marcia in più, davvero assassine. Liddiard è decisamente un’animale da palco, si dimena come un ossesso mantenendo comunque un controllo dello strumento impeccabile. Segue la cantilena un po’ sbilenca di ‘The Minotaur’, probabilmente uno dei loro pezzi più  accessibili e quasi radio friendly. Poi l’uno due di ‘Shark Fin Blues’ e ‘Sitting On The Edge Of The Bed Cryin’’ da ‘Wait Long By The River’… (alla fine l’album più “saccheggiato”).  E a questo punto ti rendi conto che non ci sarà spazio per i pezzi più intimi dell’ultimo album, ‘Oh My’ era in scaletta ma non è stata suonata. Poco male, c’è molto blues, ci sono chitarre molto noise (Liddiard ha tatuato sull’avambraccio quello che forse è il logo più abusato del mondo, ovvero quello degli Einstürzende Neubauten), ma alla fine dei conti per quel che mi riguarda sono semplicemente una rock’n’roll band davvero cazzuta. La gente gradisce in modo molto milanese, applausi di rito e basta. Si continua così senza pause con ‘Six Ways To Sunday’, pezzo trascinato da un basso ossessivo e pulsante che mi prende per mano e mi procura un piacevole stato catatonico. Stato che mi offusca un po’ i ricordi del finale, scaletta alla mano dovrebbero aver suonato ‘You Really Don’t Care’, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Certo è che hanno concluso con le selvaggissime versioni di ‘he Miller’s Daughter’ (pezzo della serata a mio avviso) e ‘I Don’t Ever Want To Change’. Quando si accendono le luci c’è chi rumoreggia per la brevità del concerto, ma onestamente viste le premesse era difficile fare di più. Io me ne vado soddisfatto autoconvincendomi che Milano è una merda e Roma è meglio.

Chris Bamert