The Dream Syndicate @ Monk [Roma, 28/Giugno/2018]

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Il tutto torna musicale. Le correlazioni. Discendenze, genealogia e radici. Riferimenti e ispirazioni. La “parabola” dei Dream Syndicate avrebbe bisogno di un testo a parte per narrare quei giorni californiani dei primi anni ’80. Che poi sono quelli che più ci interessano perchè realmente fondanti, realmente seminali. Tra il 1981 e il 1983. Tutto è già stato scritto. Proprio così.  La nuova psichedelia (che in Inghilterra parallelamente avrà come epicentro nodale la rivampata Liverpool) nella West Coast prende per convenienza giornalistica il nome di Paisley Underground. Quando però Kendra Smith e Steve Wynn (reduci dalla breve esperienza nei Suspects nell’area della Yolo County, più precisamente siamo a Davis, città che Wynn “utilizzerà” anche per il progetto 15 Minutes condiviso con membri degli Alternate Learning di Scott Miller che ritroveremo nei grandissimi Game Theory) hanno già dato vita ai Dream Syndicate assieme a Karl Precoda e Dennis Duck (Tom Zvoncheck compare come guest alle tastiere). Eh si perchè dobbiamo a Michael Quercio, leader dei magnifici coetanei e concittadini The Three O’Clock, il conio del termine Paisley Underground. Siamo sul finire del 1982 e Quercio, durante un’intervista, fa riferimento ad un vestito con il motivo Paisley (disegno vegetale, con forma a goccia, di origine persiana e simile ai pattern psichedelici…) indossato dall’amica Lina Sedillo bassista del Peer Group… insomma il passato e la cultura ’60. La fantasmagorica avventura dei The Byrds, mai troppo citati e ricordati (qui da noi sia chiaro, dove è impossibile lavare via la ruggine che infesta la massa con i soliti 4-5 nomi, gli stessi) a braccetto con Neil Young e i Velvet Underground. Dunque John Cale coinvolto guarda caso nel “teatro della musica eterna” di La Monte YoungThe Dream Syndicate, il supergruppo dei supergruppi, dadaismo e avanguardia, sperimentazione e minimalismo. Ecco i legami, le radici, il tutto torna. Un vortice di richiami che nel wild bunch di gruppi coinvolti nel genere (oltre ai già citati è bene ricordare Long Ryders, Green On Red, Rain Parade – nel 1986 la prima Paisley band a sciogliersi -, True West, Rainy Day, The Bangles…) si muove comunque ad elastico citando giganti quali Big Star, Creedence Clearwater Revival, Quicksilver Messenger Service, Gram Parsons, ovviamente tutto sorretto dalla spina dorsale chiamata “Nuggets” e dalle agitazioni punk.

Dicevamo degli anni caldi. ‘The Days of Wine and Roses’ è il punto stabile (tralasciando l’omonimo EP d’esordio) dal quale partire e terminare. L’esempio. E anche se seguiranno altri tre album che arrivano sino alla fine dichiarata del movimento (1987 quasi 1988), nell’immaginario collettivo il quartetto di Los Angeles gira incastonato in questi solchi che esprimono il meglio, il talento, l’urgenza. Il dopo è noto seppur discograficamente poco conosciuto ma utile per traghettarci nella nuova vita artistica. La resurrezione del 2012 e la consacrazione (proprio così) con il nuovo ‘How Did I Find Myself Here?’ colpo di coda clamoroso che ha visto ritornare a casa anche la Smith. La serata è collosa anche se bagnata da un’inutile pioggia sporca e la sala del Monk gremita abbastanza per tributare il giusto fervore ai protagonisti. Che poco dopo le ventidue mettono piede sul palco in formazione a cinque perchè là dietro, seduto all’organo, c’è un altro gigante del periodo, c’è Chris Cacavas (Green On Red) signore e signori. E seppur la partenza, i primi due brani, lasciano l’impressione che i Dream Syndicate siano una fantastica band di musicisti “normali”, da ’80 West’ in giù questi stessi musicisti si trasformano come per magia in fenomeni assoluti. Integri. Superiori. Con un chiodo fisso in testa: arrivare all’assolo. Che tramortisce, spazza via e fa volare altissimo. Una spirale di chitarre impastate, suoni intrecciati, imbevuti di Crazy Horse e patine velvettiane, Neil Young è sempre tra noi, la psichedelia ai tempi di Venice Beach ’60, il college rock (base dell’alternative ’90), echi dylaniani, punk e Tom Petty ’70, sembra un film, una soundtrack, e con ‘Out of My Head’ esplode il cuore. Steve Wynn e Jason Victor si fondono come per incanto mentre la “ritmica” Walton & Duck è la premiata ditta che abbiamo sempre aspettato. ‘The Days of Wine and Roses’ e ‘How Did I Find Myself Here?’ gli album più citati ma quelle concessioni a ‘Medicine Show’ (‘Armed With An Empty Gun’ o la strepitosa ‘Merritville’ posta alla fine della fine) sono pezzi incastonati alla perfezione nell’opera, così come ‘Forest for the Trees’ (‘Out of the Grey’) che dal vivo non risente i pieni anni ottanta dell’epoca. La prima volta a Roma non potrà essere dimenticata. Gli ultimi quattro brani prima dell’ovvio encore/bis/ritorno in scena sono un regalo che comprende una tripletta dal debutto e la stratopsychgaze ‘Glide’ giusto per ricordare che anche se le sessanta candeline saranno presto spente, i ragazzi di Los Angeles sanno ancora come stupire e rimettere le gerarchie al loro posto d’origine. Il fragore degli applausi non si spegne. L’emozione. La California. Magnifici. “We are Dream Syndicate”.

Emanuele Tamagnini

Foto mia.