The Divine Comedy @ Auditorium [Roma, 29/Luglio/2017]

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Quattordici live nel mese di luglio, senza aver partecipato ad alcun festival. Il mese che ci ha appena lasciati è stato ricco di concerti di qualità, come forse nessun altro nel corso della nostra carriera di spettatore ser(i)ale, ma un colpo di coda del genere proprio non ce lo saremmo aspettati. Avendone viste così tante, e così suggestive, non pensavamo che il progetto dell’istrionico Neil Hannon avrebbe potuto stupirci a tal punto, ma la cosa che più dà speranza nella vita è che le sorprese sono dietro l’angolo, anche quando ci si lascia prendere dal fatalismo e si pensa di saperla così lunga da riuscire a prevedere nel bene e nel male l’andamento del futuro. Poveri illusi, si direbbe guardandoci un’entità superiore che non esiste, ma ci osserva dall’alto dei cieli.

Parcheggiamo nei dintorni dell’Auditorium con tutta la cura dovuta al fatto di avere una vettura nuova di pacca, essendo tentati di fare come Hank Moody in “Californication”: distruggere i fanali con un martello per riportarla subito a quello che è, un mero mezzo di trasporto, e tanti saluti ai pensieri su furti e incendi, ma non essendo personaggi di una serie TV, almeno per il momento, ci limitiamo a chiudere gli specchietti. Nella passeggiata che ci porta al complesso di Viale De Coubertin, arrivando molto a ridosso dell’evento, incontriamo poca gente, cosa che rende ancora più evidente la bellezza e l’armonia del Parco della Musica, a quindici anni dalla sua inaugurazione. Il concerto inserito nel programma della ormai storica rassegna Luglio Suona Bene, inizialmente previsto nella Cavea, è stato spostato all’interno della Sala Petrassi, l’unica del complesso nella quale non avevamo mai messo piede. Saliamo al primo piano e ci sediamo in una posizione avanzata, ma non troppo, e del tutto centrale, fattore che dopo le spiegazioni fornite da un amico e collega di Nerds Attack! che ci ha svelato le magiche regole della propagazione del suono, diventa determinante per pensare di poter godere nel migliore dei modi il live per quanto riguarda l’aspetto dell’acustica. Una giornata ricca d’impegni e il nostro arrivo a pochi minuti dll’inizio del concerto ci consentirà di non avere il tempo per fare elucubrazioni su come saranno i Divine Comedy dal vivo, tanto che la sorpresa sarà grande quando di fronte ai nostri occhi troveremo Napoleone Bonaparte. In realtà è Neil Hannon, nordirlandese, fondatore della band, della quale è l’unico membro rimasto nel corso degli anni, abbigliato con una giubba verde e rossa con fregi dorati, mostrine e medaglie al merito, pantaloni bianchi infilati dentro agli stivali alti e in testa una feluca, il cappello di Napoleone, uguale a quello che qualche anno fa salì alle cronache per essere stato venduto all’asta per due milioni di euro. Vista la sciatteria con la quale lo tratterà, buttandolo sul pavimento del palco di lì a qualche minuto, dubitiamo fosse la versione originale, ma l’effetto visivo sarà fantastico e straniante al tempo stesso. Peraltro il suo look (e quello di tutti gli altri musicisti, che indossano giubbe di estrazione militaresca eccetto il chitarrista con un’anonima camicia nera) si assocerà per bene al grande telo posto alle spalle degli artisti, una sorta di dipinto che poi è anche la cover art di ‘Foreverland’, ultimo disco dei Divine Comedy, arrivato a distanza di ben sei anni dal precedente episodio ed entrato nella top 50 dei dischi del 2016 secondo la redazione della rivista britannica Mojo. La scaletta si aprirà con ‘How Can You Leave Me On My Own’, brano pop tratto dall’ultima fatica, durante il quale Hannon tenterà un’interazione col pubblico cercando di fargli concludere la frase del titolo, ripetuta di continuo nel testo. Gli spettatori risponderanno in minima parte, visto che in molti non si aspettavano di dover entrare da subito in scena, mentre altri saranno ancora sbalorditi per il fatto di essere in una sala dell’Auditorium a sentir cantare un tizio vestito da Napoleone. Il frontman di Londonderry interprerà con gesti e movimenti del corpo ogni frase pronunciata. Il suo strano outfit assumerà un chiaro senso quando come terzo pezzo verrà eseguito ‘Napoleon Complex’, tratto dal recente disco, al termine del quale dirà di sapere come è morto Napoleone. Dopo una pausa da attore consumato, dirà che è accaduto per il caldo, indicando i suoi abiti ispirati al condottiero francese. Odiamo i musical, ma questo spettacolo ci somiglia molto e riuscirà a creare in noi e in chi ci è intorno un alto livello di esaltazione. Tutto ben congegnato e studiato da Hannon, assistito in ogni sua stravaganza da un roadie con la faccia più appuntita che abbiamo mai visto. Per il resto chitarra, basso, batteria (suonata, ci suggeriscono, dalla versione umana del vecchino del film “Up”), due tastieristi di cui uno a tratti suonerà anche la fisarmonica e Hannon che spazierà tra chitarra acustica e tamburello, quando non sarà intento a spiegare a gesti quello che sta cantando. Davanti alle postazioni dei due tastieristi spiccherà un peluche di un cavallo, ma soprattutto un mappamondo che, aperto, diventerà spunto per i siparietti del frontman, visto che, una volta aperto, ci sarà un vero e proprio frigo bar, dal quale distribuirà birre ai musicisti, con sottofondo di un vecchio jingle alla Benny Hill. Di patina vintage sarà coperto un gran numero di brani, musicalmente, ma anche come temi trattati, come ad esempio ‘Catherine The Great’, tratto sempre da ‘Foreverland’, che racconta la storia della più longeva sovrana russa. Dopo qualche brano il cantante si cambierà d’abito ripresentandosi con un completo scuro con cravatta, camicia bianca, bombetta e ombrello. La scaletta spazierà sui vari momenti della carriera artistica dei Divine, con pezzi come ‘A Lady of a Certain Age’, la canzone col testo più triste della storia, fosse durata due secondi di più ci saremmo commossi, e ‘Songs of Love’, entrambe tratte dal passato e proposte in versione acustica, con i tre chitarristi seduti uno vicino all’altro. Hannon scenderà dal palco per sedersi accanto ad una ragazza seduta in prima fila nel corso di un brano, interloquendoci e raccontando in tal modo il testo, poi simulerà uno svenimento, si risolleverà, tornerà sul palco ed a quel punto il pubblico sarà pronto per lasciare le comode poltrone per scatenarsi nello spazio sotto il palco per ‘At the Indie Disco’, anthem appunto delle serate indie. Il brano confluirà in ‘Blue Monday’ dei New Order, per poi tornare a quello originario per il finale. Dopo, con le esaltanti ‘I Like’ e ‘National Express’, brano dedicato alla compagnia di pullman britannica, ci sarà l’uscita di scena. Ma il timore che la band non rientri non durerà nemmeno un secondo: osservando gli artisti nel corso della serata ci siamo resi conto quanto essere lì sul palco fosse per loro la cosa più importante, e potendo ci sarebbero forse rimasti per tutta la vita. Ovviamente l’entusiasmo dei presenti aiuterà a farli sentire benvoluti e li stimolerà, ma quando termineranno i due pezzi dell’encore ci sembrerà di aver assistito a un concerto della durata di un quarto d’ora, mentre scopriremo che è stato uno dei più lunghi ai quali abbiamo partecipato negli ultimi mesi, superiore all’ora e mezza. Quest’ultima frase, per quanto abbiamo imparato negli anni, è quella che spiega nel modo migliore quanto riuscita possa essere stata la performance di una band. Chi era presente ci tornerà, a chi invece non c’è stato consigliamo di farsi un regalo e non perdersi a nessun costo il prossimo spettacolo di Neil Hannon e soci.

Andrea Lucarini

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