The Disciplines @ Init [Roma, 26/Settembre/2010]

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In una domenica sera dal clima quasi autunnale, sono poche le persone che vincono la pigrizia per recarsi all’Init, che stasera propone tre gruppi: Sweepers, Dissuaders e The Disciplines. Questi ultimi sono un gruppo formato da tre norvegesi e dall’americano Ken Stringfellow, ex membro dei Posies, la cui carriera vanta collaborazioni – tra gli altri – con Big Star e R.E.M. La presentazione di Ken – nel comunicato stampa – come un animale da palco a metà tra Iggy Pop e Lux Interior, sembra un po’ esagerata ma mi incuriosisce, e la serata dimostrerà che la definizione non era troppo lontana dal vero.

Quando arrivo, il primo gruppo ha già suonato e stanno per iniziare i Dissuaders. Li avevo visti qualche mese fa in una delle serate del “Road To Ruin” e non mi erano dispiaciuti. Nel frattempo la formazione è passata da quattro a tre elementi, con una sola chitarra. A mio parere, il suono non ne ha perso, anzi. Sembra più compatto e pieno, con il bassista che riempie efficacemente la ritmica quando la chitarra di Vargiu si dedica ai soli. Nel complesso, viene fuori un’attitudine maggiormente power pop, rispetto all’altro concerto, in cui il tappeto chitarristico punkettone finiva per appiattire il tutto, rendendolo alla lunga un pò monotono. Vabbè… ovviamente sono pareri. Purtroppo il batterista ha l’influenza, quindi devono limitare il set, che termina contestualmente all’esurimento delle sue forze.

Dopo tocca ai Disciplines. I tre norvegesi macinano un ottimo rock’n’roll, senza particolari pretese di originalità o virtuosismi, ma assolutamente efficace. La scritta “This machine kills fashion” sulla chitarra lascia intendere l’indole ironica della band, parafrasando il motto che appariva sulla chitarra di Woody Guthrie (sulla quale c’era scritto fascists). Il centro della scena è comunque tutto per lui, Ken, non solo in quanto cantante dall’ottima voce, ma per le sue doti di frontman istrionico, coinvolgente e con tratti di ironia irresistibile. Invita subito lo sparpagliato e poco numeroso pubblico in sala a raggrupparsi sotto il palco e stare più stretti (“It’s Sunday, but we are not in the church…”). Raggiunto il risultato, lo show continua. La musica del gruppo è un garage rock la cui forza sta nell’intensità dell’esecuzione e nella mai banale struttura dei brani. Ken non si ferma un attimo, canta da sopra e sotto il palco, mischiandosi con la gente. Si ferma, ferma il gruppo e chiede un attimo di silenzio a tutta la sala, che obbedisce scrupolosamente. Riparte a cantare, poi scende dal palco, si sdraia per terra e inizia un folle monologo/scioglilingua. Più avanti trascina tutto il pubblico al suo seguito a spasso per la sala, per poi tornare verso il palco strisciando per terra, in una sorta di passo del giaguaro. Colpisce la naturalezza del suo atteggiamento –  in questo senso mi ricorda lo show dei Fleshtones visto quest’estate. Le sincere risate del resto del gruppo, durante le sue performances, danno l’idea di uno spettacolo non programmato, ma costruito ed improvvisato sul momento. Non solo cabaret comunque, sia chiaro. Il sound è coinvolgente dal primo pezzo fino all’ultimo bis, la voce si incastra alla perfezione tra riff di chitarra taglienti e una ritmica sempre sostenuta. I quattro non si fanno pregare nel concedere i bis a fine concerto, e si chiude con i tre musicisti che smontano e ripongono gli strumenti, mentre Ken declama un ultimo folle vaniloquio. Sarà anche stato domenica sera, ma ancora una volta chi ha deciso di muovere il culo da casa è stato premiato.

Stefano Tonazzi