The Depreciation Guild @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Settembre/2010]

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Kurt Feldman lo ha iniziato per gioco il progetto The Depreciation Guild. Circa cinque anni fa dentro la sua stanzetta con un Nintendo Entertainment System (o Famicom se volete). Un 26enne newyorkese cresciuto a Corn Flakes e David Lynch, pestando colpi su quella batteria che presto diventerà il suo lavoro. Nessuno si accorge che nel 2006 e nel 2007 Feldman si autoproduce un EP (‘Nautilus’) e un LP (”In Her Gentle Jaws’), al contrario l’attenzione è invece tutta rivolta verso la band principale: The Pains Of Being Pure At Heart. E’ il mondo “pop” della Slumberland, è il nuovo circolo di persone che a Brooklyn hanno trovato “loft aperti” per rinchiudersi in conventicole sonore. Durante il profumato mese di maggio è uscito per la Kanine Records ‘Spirit Youth’ il secondo album dei Depreciation Guild. Fortunatamente quanto tempestivamente Feldman si è preoccupato di dichiarare: “This record is heavy but it’s not very shoegaze”. Piuttosto un ottimo lavoro che risente del background giovanile del batterista, alcuni dei suoi miti che ritornano come lampanti influenze di base: Robin Guthrie, Scritti Politti e molto molto XTC. Su disco. Perchè dal vivo il quartetto americano è la dimostrazione di come, seppur rimanendo per forza di cose derivativi, si possa suonare v-e-r-o shoegaze.

Un altro lunedì a salutare il divertente e rilassante ingresso “up to you”. Non c’è molta affluenza, del resto le implicanti fiction televisive e qualche film di infima cassetta fanno sempre la loro porca figura e influiscono sul “rendimento” del fruitore musicale medio (molto medio). Meglio così. Ad aprire la serata sono destinati i tre de La Calle Mojada (guarda video). Che ritrovo con piacere in grande forma e supportati da un’acustica che rende il loro impatto “gaze” davvero affascinante e potente. A seguire il quintetto degli In Between Lies. Formazione recente che in line-up annovera (tra gli altri) anche il chitarrista dei Sea Dweller (ma alla batteria), la guest alla tromba del batterista de La Calle Mojada, e il nostro ex-compagno di scrittura Federico Vignali al basso. Quella della band romana è però una proposta indefinibile, poco classificabile, con la voce e la presenza femminile che rappresentano senza dubbio il punto debole.

Poco dopo le 23 Kurt Feldman – con tanto di maglietta dei Serena Maneesh (vedi foto) – e i suoi giovani compari spuntano sul palco davanti a noi adoratori del suono rarefatto e riverberato. In poco meno di un’ora il quartetto della costa est sorprende e dimostra come sia possibile ancora oggi eruttare suoni shoegaze purissimi, senza la necessità fasulla di doverlo annunciare prima su “carta”, su stupide biografie, su profili social network, in mezzo a qualche recensione colpita dal male oscuro del copia-incolla. Il palco emette la sua sentenza. Sempre. I Depreciation Guild (capigliatura compresa) richiamano il trittico d’oro dell’unica e irripetibile epopea britannica del genere: RideLushChapterhouse. Non solo. La lezione dreamy del maestro Robin Guthrie è evidentissima in molte linee che la chitarra di Feldman propone sovente in mezzo al set. Quella dei My Bloody Valentine, poi, si fonde alla perfezione con tutto il resto. I protagonisti di questo affresco d’epoca sono dunque quattro ragazzi che senza proferire (quasi) nessuna parola (salvo i ringraziamenti di rito e l’invito al tavolo merch) costruiscono un set perfetto. Un crescendo continuo che viene addirittura “lanciato” da alcuni echi Madchester (Stone Roses) per poi convogliare diretto e senza alcuna minima sbavatura verso i territori di cui sopra. Affascinanti le melodie, furbe ma scatenanti quelle più orecchiabili (‘My Chariot’ decisamente – guarda video), di grande efficacia quelle strumentalmente pervase dal Dio del riverbero sonoro. Applausi, due bis e piccola ressa conclusiva al tavolo promozionale dove fanno bella mostra le magliette e i due album ufficiali. Una bella serata tra amici e musica dell’anima. Il massimo.

Emanuele Tamagnini