The Dears @ Circolo degli Artisti [Roma, 8/Novembre/2006]

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Il mercoledì usualmente è serata dedicata al cinema a prezzo scontato, al quale però si rinuncia volentieri ogni volta che si ha l’occasione di assistere a un concerto interessante, soprattutto quando la location è sotto casa. Non è stata la prima volta e non sarà neanche l’ultima. Gli esercenti cinematografici si mettano il cuore in pace, o si inventino qualcos’altro per non perdere un ottimo cliente come il sottoscritto.

Si arriva al Circolo e subito ci si rende che gli annunciati (fino a qualche giorno fa) Clark Nova da Varese non saranno della serata. Peccato. Ci sono comunque, ovviamente i canadesi The Dears, altro gruppo che si va ad aggiungere alla già folta lista di ottime band provenienti dal paese della foglia d’acero (New Pornographers, Arcade Fire, Wolf Parade, Broken Social Scene e tanti altri). Sei sono gli elementi che formano il gruppo da Montreal capitanato da Murray Lightburn (una specie di incrocio tra il compianto Arthur Lee dei Love e il cantante dei Bloc Party), quattro maschietti e due femminucce senza tette ma molto carine ai lati del palco, una mora e una bionda (la moglie di Murray) come nella migliore tradizione sanremese. Per caso mi ritrovo proprio con la faccia davanti alle gambe di Valerie (la mora) e nonostante la pericolosa vicinanza dell’orecchio sinistro alla cassa non riesco ad allontanarmi da lì, incantato dall’aristocratica bellezza delle sue caviglie e dei suoi polpacci.

Si parte con la grandiosità corale ed epica del singolo “Ticket To Immortality”, pezzo davvero molto bello e coinvolgente che riesce a resistere ad almeno una cinquantina di ascolti senza usurarsi troppo. Paradossalmente, nonostante siano nella fase di promozione del loro ultimo album “Gang Of Losers”, la maggiorparte dei pezzi proposti proviene dal precedente (e migliore) “No Cities Left”. Del nuovo album si notano la Smithsiana e scarcastica “Whites Only Party”, la poppeggiante ed accattivante “There Goes My Outfit” e “I Fell Deep”, commovente gospel blues che chiuderà il concerto. I momenti migliori però sono quando il gruppo attacca “We Can Have It” e ci trasporta per un attimo nelle atmosfere surreali e incantate da Mago di Oz e quando il pezzo finisce sono tutti lì sul palco a ricordarci ossessivamente in coro che “It won’t ever be what we want”. Non c’è speranza. Altri pezzi da 90 sono “Never Destroy Us” con quell’incidere funkeggiante e quel flauto quasi estraneo a tutto il resto, ma soprattutto il duetto tra i neo sposini su “22: The Death Of All The Romance”, che inizia nello stile retrò dei Divine Comedy e si conclude in gloria come l’inno del Camerun a velocità triplicata. Non tutto è perfetto, qualche soluzione negli arrangiamenti e qualche brano non convincono del tutto, ma per almeno 3/4 di set si assiste a un concerto davvero pregevole grazie a canzoni di ottima fattura. Il bis inizia con l’estenuante ma gratificante tango dub di “Postcard From Purgatory” che si trasforma piano piano in una cavalcata dove tutti fanno a gara a chi picchia di più mentre il flauto intona uno strampalato pi piri pi pi pi pippirippipi. Mentre il brano scema salgono piano piano gli accordi di piano (“Pyramid Song” dei Radiohead docet) che introduce il conclusivo “I Fell Deep” al quale ho già dedicato ben tre parole qualche riga sopra.

Daniele Gherardi

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