The Dead Science @ Init [Roma, 16/Gennaio/2010]

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Percorro una Roma deserta, martoriata dalla gelida morsa dell’inverno, per arrivare, con il solito inquietante anticipo, dentro un’Init pressoché vuoto. La fredda e pallida luce al neon dell’uscita di sicurezza mi farà compagnia per una sessantina di minuti buona, quando – finalmente- uno sparuto gruppo di spettatori, guidati da un Gherardi imbacuccato come il capitano Shackleton, deciderà di affacciarsi nel locale per assistere all’esibizione del trio di Seattle. Il carismatico Sam Mickens si staglia al centro del palco, capelli impomatati e pantaloni da carabiniere, mentre ai lati si piazzano il fido Jherek Bischoff, al basso, e –nomen omen- Nick Tamburro alle pelli. E’ proprio quest’ultimo, impersonificazione di tutti i cliché nerdici e dal 2005 membro stabile del combo in seguito alla defezione di Korum Bischoff, che da il LA all’esibizione, con un drumming imprevedibile e potente, di chiara matrice jazzistica, capace al tempo stesso di dettare il ritmo ed articolare melodie che vanno a dialogare con quelle intrecciate dai suoi sodali. La formula dei Dead Science rivitalizza, le ,ultimamente un po’ aride, soluzioni del post rock, centrifugando avant-garde e rock matematico, Xiu Xiu e Prince, fumetti (diversi i richiami all’opera di Chris Cleremont) e Cabaret Mittleuropeo, con gli strumenti che vanno a disegnare scenari gravi e minacciosi, mentre la voce di Mickens si arrampica sulle bordate di batteria e sulle note nervose del basso, per ergersi,  al ruolo di narratrice, distaccata e magnificamente efebica, del conturbante ambiente musicale generato.

Ricetta che viene applicata con successo anche alla laccata ‘Sign Your Name’ di Terence Trent D’Arby, che, grazie anche al sapiente uso del falsetto, mezzo largamente utilizzato dal vocalist per scindersi in due personaggi, viene sfigurata in scarno mantra da cuore affranto che si evolve in straziante ritornello. Bischoff imbraccia quindi il contrabbasso per accelerare ulteriormente i “selvaggi cambiamenti di umore” dei brani raccolti sia nel non più tanto nuovo ‘Villainarie’ (2008, Constellation) sia nel precedente lavoro ‘Frost Giant’ (2005, Absolutely Kosher). Meritano di essere citate una ‘Throne of Blood (Jump Off)’, con quei riff di chitarra e quattro corde che scavano nelle carne per portare alla luce le ossa dei presenti e una ‘Drrrty Magneto’, dolcemente lirica e disperata, martoriata dal suono dell’archetto sul legno. Si scivola verso l’ultima parte del concerto con l’algida chirurgia di ‘Lead To gold In The Hour Of Chaos’, il languore malato di ‘Wife Of You’ e l’euforia febbrile da zyklon B di ‘Make Mine Marvel’. C’è tempo per un paio di bis e poi, dopo un’oretta, le luci si riaccendono. Per il sottoscritto rimane un mistero il motivo per cui, almeno a Roma, i Dead Science si trovino ad esibirsi di fronte a poche decine di persone, mentre ciccioni eunuchi, che ne ricalcano in maniera goffa e pacchiana le orme, riescano a fare sold out all’auditorium, invece che essere ridotti in catene nei circhi, loro naturale e giusta destinazione. Ma questa è ultra storia, per stasera mi accontento di stringere la mano ad un sorridente Tamburro, che-maledetto- mi ha appena scucito 15 € per la versione in vinile di ‘Villainaire’.

Carlo “Drrrty Aguirre” Fontecedro