The Dandy Warhols @ Latteria Molloy [Brescia, 13/Maggio/2016]

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‘Distortland’ è arrivato nel momento più basso della carriera dei Dandy Warhols, lontani dai fasti di inizio millennio e con una popolarità parecchio ridimensionata dopo un decennio infelice, ma ha dato l’impressione che l’ispirazione della band non sia del tutto smarrita e che i quattro di Portland non siano finiti. Il tour a supporto della loro nuova fatica discografica tocca anche la nostra penisola: prima la Latteria Molloy di Brescia, poi il Bronson di Ravenna. Un po’ per eccessiva premura, un po’ per tastare il polso della situazione, arriviamo al locale con largo anticipo, dopo aver indicato la via per la Latteria Molloy a una signora irlandese smarrita e, in effetti, all’interno troviamo poca gente, concentrata nell’area ristorazione. Il clima sembra piuttosto freddo e per questo non facciamo fatica a raggiungere le prime file. Soltanto a pochissimi minuti dall’orario di inizio annunciato (22.30) la gente inizia ad avvicinarsi al palco. Positivo il riscontro in termini di pubblico, con un sold out sfiorato e un buon colpo d’occhio. I Dandy Warhols si presentano puntuali, salutando il pubblico con un cenno del corpo e imbracciando gli strumenti senza proferire parola, non lasciando presagire cambi di atteggiamento in corso d’opera, fra gli applausi di incitamento. È ‘Be-In’ la traccia in cima alla scaletta che Courtney Taylor-Taylor custodisce gelosamente accanto a sé: i Dandy Warhols partono bene, la band ingrana subito e il pubblico gradisce, sebbene qualcuno ci tenga a sottolineare – anche in maniera piuttosto colorita – quanto sia basso il volume del microfono di Courtney. Col passare dei minuti, l’impressione è che non si tratti di un errore, ma di una scelta: Taylor-Taylor non è sempre pulitissimo e in alcuni casi sembra in debito d’ossigeno, ma il pubblico dimostra d’esser disposto a perdonare le sporadiche difficoltà del frontman dei Dandy Warhols. Basta ‘Get Off’ a infiammare i presenti, protagonisti di un timido e moderato pogo nelle prime file, mentre ‘Pope Reverend Jim’ e ‘STYGGO’, due pezzi fra i migliori di ‘Distortland’, mantengono alto il livello d’attenzione, fra coretti, battiti di mani e movimenti leggeri del corpo. Sono gli applausi del pubblico a scandire le pause fra un brano e un altro, perché nessuno dei quattro ha nulla da dire di diverso rispetto alle parole dei testi delle canzoni. Soltanto una mai doma Zia interrompe il monologo con qualche insicuro “grazie”. ‘I Love You’ segna uno dei momenti più alti del concerto, grazie a un ottimo Peter Holmström, sugli scudi per tutta la durata dell’esibizione e sempre capace di aggiungere qualcosa di personale e di diverso ai pezzi, grazie a distorsioni mai esagerate. La seconda parte di scaletta, infatti, concede più libertà, da questo punto di vista, e la qualità del live si alza. ‘The Last High’ e ‘Plan A’ riscaldano ulteriormente l’atmosfera: durante la prima, il coro del pubblico copre la voce bassa e non limpida di Courtney, che per fortuna si risolleva immediatamente con la seconda. Leggermente modificata, ‘Plan A’ è meno fluida e più spigolosa in live, ma non per questo meno piacevole. Ai due classici della band fa seguito un trittico di brani estratti dall’ultimo disco: se ‘All The Girls In London’ e ‘You Are Killing Me’ stupiscono per una resa live sicuramente migliore rispetto alla versione studio, grazie ad alcune piccole correzioni, ‘The Grow Up Song’ costituisce uno dei momenti più suggestivi dell’esibizione: la canzone è una ninnananna e il sound è sicuramente insolito per la band, Peter suona la chitarra con l’arco d’un violino e, al termine, gli applausi si fanno scroscianti. Terminano anche le insistenti e comprensibili richieste di alzare il volume del microfono, anche perché la band stipa nel finale i pezzi più popolari e quelli da sing-along. Prima ‘Not If You Were The Last Junkie On Earth’ riattiva il pogo e rappresenta l’ultimo momento di difficoltà di Courtney, poi ‘We Used To Be Friends’ si apre con un suono digitale difforme da quello della versione studio, infine arriva ‘Bohemian Like You’ e tutti i presenti cantano, arrivando a sovrastare la voce del frontman. L’ipnotica ‘Godless’ è il penultimo atto di un concerto suggellato da ‘Boys Better’, dopo la quale i Dandy Warhols si congedano con un saluto ermetico. Sul palco rimane soltanto Zia, per un outro elettronico prima dei saluti definitivi. I Dandy Warhols ci sono e sembrano anche piuttosto in forma: è stata un’ora e mezza parecchio godibile grazie a una scaletta molto ricca, all’ottima prestazione di Peter e a quella globalmente positiva della band, ad eccezione delle incertezze non gravi di Courtney.

Piergiuseppe Lippolis

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