The Cute Lepers @ Mads [Roma, 10/Dicembre/2009]

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Sono le 23 quando poso sul letto il mio “Zazie Dans Le Metro”, lettura giornaliera che sempre si rinnova e ti reinnamora e me ne vado rampante e solingo alla nona edizione del Road To Ruins, asserragliato oggi al Mads. Stasera ci sono i The Cute Lepers. Diciamo subito che chi ha assistito al concerto dei The Briefs nel 2006 dovrebbe essere tornato a casa un pochetto deluso, tutti gli altri invece si sono divertiti da matti. Spieghiamo. I The Cute Lepers sono il progetto di Steve Nix dei The Briefs (per chi scrive la punk rock band del decennio) che ha pubblicato due dischi, ‘Can’t Stand Modern Music’ e l’ultimissimo, presentato questa sera, ‘Smart Accessories’. L’occasione per vederli è dunque una delle quattro serate del Road To Ruins che ha visto quest’anno esibirsi, tra gli altri, i Germs e The SuperYob. Ma a me stavolta interessano solo i The Cute Lepers.

Giusto e doveroso ricordare le band iniziali. Mi son perso il primo gruppo Bones Bag ma entro mentre sta suonando una cover band dei Backyard Babies. “Beh originale”, penso. Ma che c’entrano? Nulla. Poi capisco, non sono una cover band ma un gruppo, gli abruzzesi One Trax Mind, che cerca di assomigliarci in tutto e per tutto. Bandane alla Faster Pussycat, capello lungo, nonchè unto, postura alla Dregen, chini sulle ginocchia, microfono all’insù, chitarre distanti dal petto penzolanti, camiciuole sgargianti, collane, braccialetti. Decisamente fuori luogo. Ma al di là dell’immagine, poco da dire sui brani, non basta qualche coretto qua e là, suggerisco di trovare una via più originale e lontana dai BB.

Ben altro spettacolo quello offerto dai Killtime. Ho perso il conto. Li vedo oramai una volta ogni due mesi di media. E ogni volta sempre meglio, anche stasera mezz’ora tiratissima, senza neanche un secondo di pausa, i brani lanciati veloci e potenti; magari non hanno il songwriting di altre band blasonate ma sul palco sanno bene la differenza che separa una band che SUONA e una che va per farsi vedere. Rispetto.

Veniamo ai “bei lebbrosi”. Cos’hanno intanto di diverso dai The Briefs? Nulla, assolutamete. Il genere è quello, forse c’è solo il fatto che utilizzano due coriste e che hanno un tiro leggermente più virato verso il powerpop ma per il resto siamo lì. Punk rock ’70, melodie femminili anni ‘60, coretti ye ye e una forza d’impatto notevole. Rispetto al primo disco la formazione è completamente cambiata. Via le tre coriste, eccone altre due (delusione massima, io ero andato per Duffy), via il chitarrista e il batterista. Rimangono Stevie, ovviamente, che continua a scrivere tutti i brani, come nei The Briefs, e il bassista, vero protagonista della serata. Il Mads intanto si è riempito quel tanto che basta per garantire alla band l’attenzione che merita. Il nuovo chitarrista è figura inquietante. E’ bruttisismo. Sembra un personaggio di un cartone animato, tra una tartaruga e una ranocchia, con il collo lungo. Segue il bassista che sembra essere dedito a ogni sorta di schifezze, sputacchia, si pulisce il naso come i calciatori, si asciuga il viso con la giacca del chitarrista e fa una marea di boccacce che manco Jim Carey, con una lingua storta che esce sempre fuori; sembra essere stato morso da una tarantola del Nicaragua. Onore e gloria per il tatuaggio più orribile visto in vita mia. Un bel ragnone tamarro sul collo. L’inizio è per l’esplosiva ‘Terminal Boredom’. Non esplode affatto però. Ma come, la canzone che più ho ascoltato nell’anno appena passato anno me la fanno moscia così? E perchè quelle cazzo di due coriste son salite con l’idea che fossero capitate nel posto più sfigato della terra? Sono paralizzate. Mi mancano Duffy, Annalisa e Teff Tease. Un pessimo inizio. E continuerà così per i primi 4/5 brani. Le coriste impacciate, la sensazione che “no, non sarà come con i The Briefs”, i brani nuovi che son belli ma non come quelli vecchi, tutto ciò fa prendere una pessima piega alla mia serata così desiderata. Ma passa in fretta. La band inizia a sciogliersi, le coriste continuano a essere due deficienti ma gli altri iniziano a pestare e quando esce un brano come ‘Cool City’ il concerto inzia a salire di livello, così come con ‘The News Is Always The Same’ o la sculettante bluesy ‘It’s Summertime Baby’. Dei brani nuovi mi è piaciuta molto ‘Dirty Baby’ cantanta dal bassista, velocissima e punky, delle altre non ricordo granchè. ‘So Screwed Up’ serve a ringalluzzire un pò tutti ma è sul finale che Stevie e soci si fanno ripagare della serata. Quattro brani patriottici da cantare felici e beati come ‘Nervous Habits’ e ‘Opening Ups’ dove anche la coriste si decidono finalmente a muovere quei tronchi di castagno secolari che avevano al posto dell gambe e a fare almeno finta di sorridere. Certo va benissimo così ma i The Briefs sono altra cosa, altra band. Però lunga vita al power pop punk. Usciamo dal locale urlando: “We can’t stand modern music!”. Non è vero ma fa punk dirlo.

Dante Natale