The Cure @ Mediolanum Forum [Assago, 2/Novembre/2016]

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Ho visto per la prima volta i Cure dal vivo. Nei giorni precedenti, ero combattuto fra l’ardente desiderio di vivere il concerto di una band che ha scritto meravigliose pagine di storia e l’ansia di trovarli troppo invecchiati. Sono nato in un’epoca in cui s’invecchia presto, sono nato quando Smith e compagni avevano già vissuto il loro periodo migliore. Ma è stata la mia prima vera occasione di vederli e, alla fine, ho deciso di coglierla. Ha prevalso il loro innato fascino e il timore si è arreso a quel senso d’ammirazione che provo nei loro confronti da quando forse non ero nemmeno adolescente. Il turbinio di emozioni che mi ha accompagnato al Mediolanum Forum di Assago è stato arrestato solamente dalla scelta consapevole di non informarmi, di non leggere articoli sulle tre precedenti date italiane. Di non avere condizionamenti, aspettative particolari o pretese esagerate. Sono arrivato ad Assago con largo anticipo, per poter scegliere accuratamente il posto migliore nel secondo anello non numerato. Ho trovato un pubblico d’età media parecchio maggiore della mia, ho visto il Forum riempirsi col passare dei minuti, ho apprezzato la bella esibizione dei Twilight Sad. E poi ho atteso le 20.30 in un clima familiare, chiacchierando coi vicini e scommettendo sulla canzone d’apertura. Poi, puntuali, le luci di un Forum gremito si sono spente, sostituite da quelle dei cellulari, dai flash delle macchine fotografiche, dai fasci colorati dei riflettori, dai pannelli di una scenografia contemporaneamente sobria e monumentale. Un grande applauso ha accompagnato i musicisti fino alle loro postazioni, mentre gli occhi di tutti cercavano Robert Smith, anima e guida spirituale del gruppo sin dal tramonto degli anni settanta. La sua classica chioma è un po’ ingrigita dal tempo, ma ancora vittoriosa sulla forza di gravità. I suoi vestiti erano scuri e sformati, ma contribuivano a circondarlo di un’aura di fascino negletto ‘Out Of This World’ ha inaugurato l’evento e un’acustica superba ha addolcito ulteriormente il corso naturale di oltre due ore di magia. Si è collocato nei minuti immediatamente successivi il primo epicentro emozionale del concerto, con un trittico di brani da pelle d’oca e occhi brillanti, aperto dall’irresistibile fluire di ‘Pictures Of You’ e da quell’I’ve been looking so long… potente e cristallino come una volta, poi immerso nelle atmosfere rarefatte e oscure di ‘Closedown’ e, infine, suggellato da quella ‘Lullaby’ che ha cullato i sussurri di Robert Smith. Pochissime le parole durante il concerto: dal palco, perché Smith e compagni parlavano con la musica, come sempre, e perché, in fondo, al frontman bastava sollevare un braccio per ascoltare urla di approvazione; sugli spalti, dove migliaia di persone erano assorte nell’ascolto di una musica eterna e commentavano con espressioni colorite, fra un pezzo e un altro, l’epicità di un’esibizione costantemente su livelli vertiginosi. Mentre Gallupp macinava chilometri calpestando ogni angolo di palco e mentre i brividi correvano veloci lungo la schiena, il tempo divorava una scaletta ancora rivisitata rispetto alle tre precedenti date italiane. Alcuni classici sono arrivati in anticipo rispetto a quanto accaduto nei giorni passati e così ‘In Between Days’ ha spianato la strada a ‘Boys Don’t Cry’, sul cui attacco migliaia di persone sono schizzate dalle loro postazioni per poter ballare in pochi centimetri quadri, poi i Cure si sono nuovamente esaltati con le suggestioni dark prodotte dall’incedere cadenzato di ‘Kyoto Song’, con le carezze e il piglio allegro di ‘Lovesong’, con la grazia eterea di ‘Just Like Heaven’ e il romanticismo di ‘The Last Days Of Summer’. La prima parte del concerto è andata in archivio con due inarrestabili galoppate: prima l’immensa ‘From The Edge Of The Deep Green Sea’, probabilmente il momento più alto di tutto il concerto, poi l’emotiva ‘Bloodflowers’.

Hanno lasciato il palco fra gli applausi scroscianti, durati per tutta la brevissima pausa. Al rientro, dopo il boato, i ringraziamenti di Smith hanno preceduto l’attacco di ‘Step Into The Light’, brano d’apertura del primo dei tre ‘encore’ attesi. In quei minuti, fra i presenti iniziava a maturare la consapevolezza che quella del 2 Novembre sarebbe stata la più breve – ma non di certo la meno intensa – delle quattro esibizioni italiane dei Cure: con le ottime ‘Never Enough’ e ‘Burn’, infatti, è subito sfumato il primo bis. Il secondo e il terzo sono stati praticamente accorpati e in esso Smith e compagni hanno stipato gli ultimi classici, regalando alle migliaia di persone accorse un finale – se possibile – in crescendo. Prima, però, c’è stato spazio per tre pezzi in cui è condensato lo stile della band britannica, tre brani dai suoni claustrofobici e dalle atmosfere cariche d’oscurità e angoscia: ‘Three Imaginary Boys’, ‘Play For Today’ e ‘A Forest’. Ma alla fine la grandezza dei Cure sta anche nella loro capacità di offrire un’esperienza autentica, sincera e catartica, che esorcizza, che non cede al tormento esistenziale. E, anche per questo, com’è ormai prassi nei concerti, nel finale si deve ballare per tornare a casa allegri, come dopo una festa. Così sono arrivate in fila ‘The Lovecats’, ‘Friday I’m In Love’ e ‘Close To Me’: sugli spalti erano tutti in piedi e sul parterre una massa immensa ha ondeggiato armoniosamente fino all’ultima nota di ‘Why Can’t I Be You?’, fino a quando non si sono accese le luci per tributare l’ultima e calorosissima standing ovation. Robert Smith è stato l’ultimo a lasciare il palco, saluta toccandosi il collo, forse un po’ dolorante. Forse. Nessuno dei diecimila presenti conoscerà mai le ragioni di quel gesto, perché per centoquaranta minuti il timbro è stato tremendamente uguale a quello della band che abbiamo iniziato a conoscere, apprezzare e amare anni fa. E il fatto che sia ancora possibile scoprirli e innamorarsene, che ci sia data ancora l’opportunità di emozionarsi con loro o, se volete – più intimamente – anche soltanto per loro, significa che il tempo, in fondo, non è sempre inclemente. E significa che vederli è un privilegio. Anche oggi.

Piergiuseppe Lippolis

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