The Cure @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 9/Luglio/2012]

1257

E’ la settimana in cui la scienza scopre il Bosone di Higgs dimostrando la validità del modello standard che spiega come funziona tutto ciò che possiamo VedereSentireToccare nello spazio-tempo in cui viviamo. Ora si apre la caccia all’antimateria, all’energia oscura, a ciò che non vediamo, e ai buchi neri che abbiamo dentro. Nella ricerca ci aiuta il passaggio romano dei Cure, che mettono sul piatto oltre 30 anni di musica (soprattutto ’80 e primi ’90) che con il nero è legata indossolubilmente, ottima per guardarsi dentro e trovare risposte, paure, speranze, ricordi di amori perduti e di amori trovati. Non sottofondo per le coccole nonostante le tante coppie abbracciate strette.

Quindi mi guardo intorno e vedo:
–    Che i bagarini hanno comprato i biglietti sperando nel sold out per farci una cospicua cresta, ma molti romani restarono delusi dalla performance di 4 anni fa, e oggi i bagarini sono costretti a svendere i biglietti a 15 euro in meno del prezzo del botteghino (poche cose mi esltano di più del vedere un bagarino andare in perdita, anche se non ho mai capito perché).
–    Che mi sono perso tutti i gruppi spalla e mi dispiace.
–    Che i dark, per come li disegnano nei fumetti sono pochissimi, o forse mimetizzati in mezzo ai fan dei Negramaro.
–    Che durante il concerto sono tutti paurosamente fermi (temo stiano guardandosi fortissimamente dentro).
–    Che dal mixer luci durante ‘The end of the world’ affumicano Roger O’Donnell che lascia il suo piano Wurlitzer per spostare a calci l’orientamento della macchina del fumo.
–    Che Reeves Gabrels non può presentasi con i capelli bianchi e i baffi bianchi. Tingiti o esci dai Cure.
–    Che anche il cotone tra i capelli di Robert Smith non è più quel nero brillante di un tempo e potrebbe velocemente volgere al grigio (il che probabilmente confermerebbe le voci che questo possa essere l’ultimo tour).
–    Che le chitarre fanno sociologia: “2012: Citizien not Subject”
–    Che Simon Gallup stavolta ha i pantaloni stretti alla caviglia invece dei fuseaux, ma resta sempre quello che sicuramente è vivo (e lotta insieme a noi).

Mi concentro nell’ascolto e sento:
–    Che le note del basso di Simon Gallup si piazzano proprio nel mio stomaco insieme ai potenti kick di Jason Cooper sulla cassa e con le chitarre melliflue rendono esattamente il suono dei Cure, loro indistinto marchio di fabbrica (anche se a dire il vero dal banco mixer impiegano le prime due canzoni per trovare la quadratura del cerchio).
–    Che Robert Smith tende a semplificare le linee vocali a non spingere come nei concerti dei tempi andati, forse è proprio questa la nota deludente di questo concerto.
–    Che 3 ore, se non le pensi bene, possono avere alcuni momenti in cui si diffondono sbadigli. Come in uno spettacolo teatrale ci sono state grandi parti all’inizio e alla fine e meno ritmo al centro.
–    Che nella scaletta spesso vengono accoppiate canzoni con sapori simili (in alcuni casi anche prese dallo stesso album): ‘In between days’, ‘Just like heaven’, ‘The Lovecats’, ‘Close to me’, ‘Play for today’, ‘A forest’.
–    Che ‘Play for today’ e ‘A forest’ hanno un fottuto bisogno della batteria elettronica.

Mi guardo dentro e scopro:
–    La foto ritrovata dopo l’incendio di casa durante il crescendo di ‘Pictures of you’.
–    La malinconia dell’estate negli accordi di piano di ‘Trust’.
–    La vicinanza all’ottobre inglese in cui vieni portato per mano nei 10 minuti di ‘The same deep water as you’.
–    L’empatia con quest’icona triste e innocua, che come un teddy bear dell’oscurità ispira tenerezza, che soffre e che s’offre col suo inconfodibile modo dinoccolato di ballare e di muovere le mani, con i suoi autoabbracci, quasi ti obbliga a volergli bene.
–     La voglia di farsi guidare per mano quando Mr. Smith rientra per la seconda volta e dice: “voglio fare ancora un paio di cosette” e come seconda piazza inaspettamente ‘If only tonite we could sleep’.
–    E poi ancora la voglia dei grandi classici rimasti fuori per l’ultima mezzora, giocata calando un “Settebello” vincente come quello di Barcellona ’92. Sette canzoni per riportarci nello spazio-tempo in cui viviamo. E salutarci con “I hope to see you again”. Perché la ricerca possa proseguire.

3 ore viaggiando nella musica dei Cure.
Sottofondo per coccole: No.
Palla di cannone per viaggi interstellari:  Si.

Setlist:
1.    Open
2.    High
3.    The End of the World
4.    Lovesong
5.    Sleep When I’m Dead
6.    Mint Car
7.    Friday I’m in Love
8.    Doing the Unstuck
9.    Play for Today
10.    A Forest
11.    Bananafishbones
12.    Pictures of You
13.    Lullaby
14.    The Caterpillar
15.    The Walk
16.    Push
17.    In Between Days
18.    Just Like Heaven
19.    From the Edge of the Deep Green Sea
20.    Trust
21.    Want
22.    The Hungry Ghost
23.    Wrong Number
24.    One Hundred Years
25.    End
Encore:
26.    The Same Deep Water as You
Encore 2:
27.    The Kiss
28.    If Only Tonight We Could Sleep
29.    Fight
Encore 3:
30.    Dressing Up
31.    The Lovecats
32.    Close to Me
33.    Just One Kiss
34.    Let’s Go to Bed
35.    Why Can’t I Be You?
36.    Boys Don’t Cry

Giovanni Cerro

8 COMMENTS

  1. la recensione mi sfugge un pò…:)…
    dalla scaletta che vedo credo sai stato un gran concerto!?
    …in pochi si concedono cosi a lungo al pubblico….

  2. La storia dei Cure non si discute. L’amore e la passione che ho avuto nei loro confronti neanche almeno fino al 1992, quando li vidi per l’ultima volta al Palaeur, con in apertura sempre i Cranes, in un concerto fantastico seppur in uno spazio infame per la musica. Con il palco-baldacchino fu il concerto “gotico”. Oggi, seppur Smith rimanga dotato di molto carisma e di una gran voce, siamo di fronte a eccellenti mestieranti e nulla più. Un concerto fiume ma senza emozioni dove anche i pezzi non-singoli-non arcinoti hanno faticato a mentenere viva “qeull’atmosfera”. Un greatest hits stile tribute band per sfamare quella gran parte di pubblico che azionava le macchinette fotografiche o ballava solo a quella decina di singoli strafamosi… personalmente parecchia noia, purtroppo, per un gruppo che ripeto ho amato da morire… e un po’ di tristezza me la son portata dietro… lenita forse solo dallo zucchero dei chinottini che davano fuori alla spianata biblica al sapor di stalla.

  3. Per me l’apertura con Open, poi The Kiss, Want ed End sono stati dei grandi regali, dopo averli visti – non forse nel 92 – ma in parecchi contesti diversi. Le perle ci sono state anche stasera, ma generalmente quelle di maggiore intensità sfuggono ai più.

  4. Scaletta troppo felice e giocosa per i miei gusti.
    Ma, tante note positive:
    7 brani da Wish (trust e doing the unstuck, clamorose).
    Le chicche: bananafishbones(!), fight, dressing up, just one kiss, want, trust, the same deep water as you.
    Ovviamente la gente si esaltava per i pezzi piu’ sputtanati…alcuni ballavano su a forest…mah..
    Voce di Smith sempre all’altezza per tutte e 3 le ore….reeves gabrels inadeguato, non si possono fare gli assoli con la leva sui pezzi dei cure!
    Note negative:
    wrong number e the end of the world sono proprio brutte, ma le fanno sempre.
    volume un po’ bassino( ma si sentiva abbastanza bene, soprattutto la voce).

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here