The Chesterfield Kings @ Jailbreak [Roma, 28/Febbraio/2007]

368

L’occasione è ghiotta stasera, vedere sul palco gli storici Chesterfield Kings, gruppo statunitense nato all’inizio degli anni ’80 che, assieme a tante altre formazioni simili, diede il via al revival garage rock spostando le lancette del tempo al 1966. Album come “Here Are The Chesterfield Kings” e sopratutto “Stop!” sono pietre miliari del genere e anche se nella loro storia non hanno mai avuto grossi riscontri commerciali hanno sempre avuto un reggimento fedele di fan a sostenerli. La location è il Jailbreak, sempre più adatto oramai ad ospitare eventi degni di nome. Non c’è gruppo spalla, la serata è tutta per loro. Il locale è abbastanza pieno, tra il pubblico si notano facce attempate, età media 35 anni, qualche giovinastro qua e là, ma nella maggioranza sono tutti figliocci degli anni ’80. Il tour non promuove nessun disco nuovo al momento, ma è a supporto della ristampa di un’antologia, uscita originariamente nel 2003, “The Mindbending Souns of… The Chesterfield Kings”. Greg Prevost (voce), Paul Morabito (chitarra), Mike Boise (batteria) e Andy Babiuk (basso) si presentano sul palco in vesti glamour con tanto di foulard, magliette strappate, capelli cotonati, e l’immaginario è quello di una glam hairy metal band degli anni 80, ma è solo immagine (fortunatamente) perchè la musica è quanto di più viscerale e grezzo ci sia. Senza il tradizionale farfisa ad accompagnare la propria musica, i Chesterfield Kings ci danno dentro, suonano elettrici, con chitarre basse e con un suono al catrame, non c’è nulla di patinato e di finto, il loro è un suono che odora (o puzza) di Rolling Stones, Yardbirds, Kinks, MC5, Stooges. L’attenzione è tutta sul cantante Greg autentico showman, quelli di un tempo che non c’è più. Passerà tutta la serata a svolazzare sui tavoli, a dare calci alle lampade, a sdraiarsi per terra, a trascinare il folto pubblico convenuto con boccacce, movenze da rockstar ma anche con il bellissimo sound che proviene dalla sua armonica a bocca. I ragazzi di Rochester fanno di tutto per trasformare il concerto in una festa, sia che debbano utilizzare il garage rock, sia le follie di Greg ma anche trovate sceniche come grossissimi palloni che svolazzano per la sala e che al loro esplodere provocano una fascinosa pioggia di coriandoli. Unico limite: il concerto è stato troppo breve, 55 minuti. Potevano fare qualche pezzo in più. Non so che brani abbiano suonato, non ricordo i titoli da troppo tempo oramai, ma a voi non importa, sappiate solo che lo show è stato sudato e sincero, che i Chesterfield Kings sono vivi, e che il rock’n’roll mi ha fregato ancora una volta visto che tornato a casa ho tolto i Mercury Rev dallo stereo per infilarci, alle 2 di notte, gli Undertones.

Dante Natale

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here