The Cheeks @ Traffic [Roma, 27/Ottobre/2007]

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Il Sabato del perfetto musicofilo prevede di solito che nel pomeriggio si faccia visita al negozio di dischi (usato) e che la sera si presenzi ad un cazzo di concerto, qualunque esso sia. Il mio Sabato infatti segue le direttive di cui sopra e prima mi reco da Pink Moon e acquisto il vinile di “Flood” dei They Might Be Giants (Gherardi, rosica!) e poi la sera mi dirigo al Traffic per gustarmi i The Cheeks. Per mia fortuna non c’è la solita ressa iniziale tanto che riuscirò a seguire il concerto largo largo almeno quasi fino alla fine quando la sala sarà invece piena di avventori.

I The Cheeks sono tedeschi di Dortmund e da circa 12 anni portano avanti il loro amore per la musica anni ’60 e ’70. Quella discendente dai Love, dagli Stones, dai Beach Boys, dai Fuzztones, ripresa poi dai Chesterfield Kings, Paul Collins e via dicendo. L’amato rock’n’roll insomma. I cinque crucchi si presentano con un bel look retrò: occhiali alla John Lennon, caschetti, mentre la batterista ha un taglio di capelli anni 50 e sul viso porta i segni inequivocabili di vent’anni in miniera. “The Hideout”, dal nuovo “Raw Contryside” edito per la Beyond Your Mind Rec, dà inizio a un concerto che ricorderò tra i tanti belli di quest’anno. Non eclatanti, non esagerati, non strafottenti. I Cheeks sono semplici, candidi e allegri, amano la musica che fanno, il pop, prediligono la canzone al caos, il gusto del ritornello, del claps, dei cori, dei na-na-na-na. E’ inutile, potrò ascoltare tutti i generi che voglio, impazzire per i Pan America, i Sigur Ros, i Big Black, i Circle Jerks, i This Mortal Coil, ma la gioia che mi nasce dalla semplicità di un ritornello azzeccato e dal power pop non conosce rivale alcuno. E i tedeschi in questo sono fantastici. Snocciolano una ventina di canzoni brevi, di 2/3 minuti ciascuna, e piano piano conquistano l’affetto dello sparuto pubblico, dapprima tiepido poi sempre più coinvolto. Inizio a cantare le canzoni al secondo refrain pur senza conoscerle; mi accade con “Losing My Head” e “I Know What You Did Last Summer”, troppo facili da imparare, troppo graziose da dimenticare. Un gran peccato che non abbiano eseguito “Countryside”, ma forse la ballata del loro ultimo album mal si addiceva al concerto di stasera. Per la prima volta in vita mia poi, in 15 anni e più di concerti, assisto a una scena tanto semplice quanto rara: il cantante che dal palco ringrazia spontaneamente il fonico per l’audio perfetto. Mai successo. Sul finale, mentre il pubblico inizia a tributare sempre più urla e applausi, ai quattro tedeschi scappa una di quelle cover che vorresti sempre sentir fare da un gruppo. Quelle canzoni che conosci solo tu e qualche altro appassionato, ed ecco eseguita una trascinante “R’n’R Girl” di Paul Collins. Ma non sarà l’unica perchè i bis saranno dedicati ad altre due delizie: “Bad Time” dei Roulettes e “Burned” dei Buffalo Springfield, roba per palati fini. Tanto è l’entusiasmo che persino un novello emulo di Tutankamon non può fare a meno di spellarsi le mani (abballando anche) verso la band. Finisce con la band che si abbraccia davanti a noi, umili fino alla fine.

Dante Natale

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