The Charlatans @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Ottobre/2010]

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Dove l’affetto e l’amor perduto potè più della ragione. Perchè per avventurarsi oggi ad un concerto dei Charlatans, è indubbio che di tanto cuore e di tanta folle speranza bisogna armarsi. Speranza (mai doma, forse mai vana) di poter ritrovare tirata a lucido una band, che nel febbraio 1990 aveva già ricevuto in dono l’eredità  del seme Madchester, che gli Stone Roses dopo un solo album avevano già provveduto ad interrare. Dalle West Midlands a Northwich, poco più di tre quarti d’ora dal fulcro di tutta una generazione: Manchester. Con quella distinzione tra parentesi (UK) che li accompagnerà da subito per non creare confusione negli Stati Uniti, che di Charlatans conoscevano solo la straordinaria formazione degli anni ’60, tra le prime ad aver modellato lo psychedelic sound di San Francisco, che di lì a poco scriverà pagine importanti sulle spalle di un’intera generazione intenta a cambiare il mondo.

Undici album in venti anni esatti segnati dalla tragica e prematura scomparsa dell’organista Rob Collins avvenuta nel luglio del 1996. L’ultimo disco per il quale val la pena vivere rimane comunque ancora  ‘Wonderland’ del 2001. Successivamente quattro lavori anemici, anonimi, amorfi che nulla hanno aggiunto alla storia della band nel nuovo millennio, ma anzi hanno fatto incrinare certezze e seguito in maniera abbastanza vistosa. Nel frattempo Timothy Burgess ha deciso di vivere a Los Angeles, coronando forse un sogno, visto che proprio partendo dalle influenze west-coastiane di certa psichedelia ’60 aveva iniziato a fare musica. Il tutto torna musicale non tradisce mai nessuna anima sensibile, seppur il suo debutto solista ‘I Believe’ (2003) si allinei impietosamente alle produzioni scialbe del periodo della band madre.

A supporto dell’ultimo ‘Who We Touch’ (nientemeno che prodotto da un sempre più indaffarato Martin Glover aka Youth) e dopo aver fortunatamente risolto il grave problema di salute del batterista Jon Brookes (a cui qualche mese fa è stato diagnosticato un tumore al cervello), i “ciarlatani” planano a Roma. E tutte le nubi che aleggiavano minacciose fino a qualche istante prima sulle loro teste, vengono spazzate via alle 22.15 in punto. Quando la sala è ormai gremitissima, quando il caldo e la lana hanno già preso il sopravvento, quando Aguirre è rodato a puntino, quando un gruppo di alticci britannici si è posizionato alle mie spalle, quando la sagoma smilza di Tim Burgess arriva affondata in una maglietta nera XXL che “pubblicizza” l’ultimo album, quando partono le prime note di ‘Then’ che in un certo modo danno inizio ai festeggiamenti di un indimenticabile ‘Some Friendly’ che compie proprio nel 2010 i suoi primi 20 anni, quando il suono esce potente e corposo. Quando ti accorgi che non sarà una serata come le altre.

Le movenze di Burgess sono più dolci e smussate rispetto al broncio e alla mascella “dura” di Ian Brown, l’ex re incontrastato di un genere che oggi ha ragione d’esistere solo grazie a questo quintetto di over 40, che ha proprio nel frontman il fuoriclasse che racchiude in maniera eccellente ricordi, nostalgie, sorrisi di un’epoca che non tornerà (purtroppo) più. Capelli “stirati” in un improbabile caschetto a nascondere quasi tutta la fronte e quella danza circolare, affascinante dondolio in mezzo ai fumi e al cuore d’organo che pulsa sempre più forte, tratteggiando una scaletta fantastica. Viene toccato praticamente ogni album del “passato” (ma probabilmente nulla dall’omonimo del 1995, come nulla da ‘Up The Lake’ del 2004), vengono toccate le corde del sentimento, mentre prosegue un concerto esemplare. ‘Weirdo’ e ‘Can’t Get Out Of Bed’ fungono da apripista per i brani più recenti che nella veste live vengono assolutamente rinvigoriti rispetto a quella su disco come ‘Bad Days’ (dal precedente ‘You Cross My Path’) e la nuova ‘Smash The System’ (che sembra uscita da un disco solista di Ian Brown), mentre rimagono debolucce ‘Your Pure Soul’ e ‘My Foolish Pride’ usate evidentemente per far rifiatare Burgess. Brevi episodi che nulla tolgono al resto dell’esibizione, costellata da autentici pezzi da novanta. Dopo aver tolto l’ingombrante giacchetto comincio ad issare pian piano il dito indice, contemporaneamente alla testa che non ha ancora smesso di fermarsi. Una sontuosa ‘Blackened Blue Eyes’ (from ‘Simpatico’), una commovente ‘Tellin’ Stories’ annunciata dallo stesso cantante che non smette di battere i “cinque” alle prime file, di mandare baci, di sorridere. E ancora il mio adorato ‘Wonderland’ viene giustamente omaggiato con ‘You’re So Pretty-We’re So Pretty’, spunta poi a sorpresa una quasi dimenticata ‘My Beautiful Friend’ (da ‘Us And Us Only’), quindi l’insostenibile bellezza di ‘Tremelo Song’, il Circolo è ormai un catino ribollente. Anche una discreta canzone come ‘Oh! Vanity’ diventa un rutilante anthem sul quale saltellare come pazzi, ma non c’è spazio per rifiatare, i “vecchi leoni” Mark Collins e Martin Blunt (rispettivamente chitarra e basso) sono di un altro livello mentre l’organo e le tastiere di Tony Rogers un incessante tappeto che manda fuori di testa ad ogni attacco.

Uno incollato all’altro arrivano gli inni di una generazione: la fondamentale ‘The Only One I Know’ e l’eccitante ‘North Country Boy’ durante la quale volano pugni chiusi e mani aperte. Ormai è delirio. Fantastici! Timoteo ringrazia Roma. Chiedono al roadie quanto ancora devono suonare. Per salutarci scelgono ‘This Is The End’ ma alla fine del pezzo, quando escono per raccogliere le urla di un bis, vengono stoppati sull’uscio e rimandati indietro per l’ultimo pezzo! ‘Sproston Green’ è la degna chiusura. Ultimo brano del seminale ‘Some Friendly’, reso qui magistralmente diluito, psichedelico, obnubilante. Burgess esce di scena in anticipo mentre i quattro compagni ricamano un finale mostruoso. Applausi a scena aperta. Clamoroso colpo di coda. Gli ultimi cavalieri del vero suono britannico. In culo alle generazioni di gruppi finocchietti senza arte nè parte, in culo alle mode e alle catene di H&M, in culo a Londra, in culo a chi non c’era. Dove l’affetto e l’amor perduto potè più della ragione, la speranza non fu vana.

Emanuele Tamagnini

2 COMMENTS

  1. Li ho visti dal vivo in un festival gratuito a Valencia (Spagna) tre anni fa. Un ottimo concerto. Molto psichedelico.

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