The Black Keys @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 8/Luglio/2014]

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L’ideale è una pagina quadrettata, una di quelle che si strappano con la zigrinatura stile blocco note, magari un po’ ingiallita dal tempo e dalla luce che fa tanto vintage. Retromania in tempi moderni. Scrivere in stampatello. Primo nome Muddy Waters, secondo nome Lightnin’ Hopkins, terzo nome Canned Heat, quarto nome R.L. Burnside… e così via. Pensate alle radici, al blues torrido dei padri fondatori, all’umidità southern, facendo attenzione ai luoghi comuni e alle banalità che il recupero dell’iconografia inevitabilmente comporta. Questo è il campo sul quale i Black Keys hanno iniziato a “giocare” fin dagli albori del nuovo vituperato millennio. Dan Auerbach e Patrick Carney. Famiglia musicalmente indirizzata per il primo, madre insegnante di piano e cugino tragicamente famoso, quel Robert Quine, chitarrista eccezionale che tra gli altri collabora anche con Tom Waits e John Zorn, morto suicida per overdose di eroina nel 2004. Stesso dicasi per il secondo cresciuto al fianco dello zio Ralph, rinomato sassofonista, con (guarda caso) anche lui in curriculum una splendida joint venture con Tom Waits. E poi c’è la loro città, Akron, la “Meth Capital of Ohio”, tra le 100 città più criminose degli Stati Uniti, conosciuta soprattutto per aver dato i natali ai seminali Devo, ma anche a Chrissie Hynde, ai sottovalutati Waitresses, al nostro caro Joseph Arthur. Non una città qualsiasi insomma. Da ‘The Big Come Up’ (numero 1) a ‘Turn Blue’ (numero 8) ci sono “solo” dodici anni che hanno però permesso al duo una lenta quanto chiarissima trasformazione. Dal seminterrato di casa Carney, dai suoni ruvidi e abrasivi degli esordi al successo planetario, patinato e immerso (ormai) nel mainstream. Dunque il palco, la dimensione live, l’odore del sudore, l’occasione per scoprire realmente chi siano, oggi, i Black Keys. La sezione ritmica a supporto è decisamente a cinque stelle. Al basso infatti c’è un signore che si chiama Richard Swift (grande cantautore, ricercato produttore, da tre anni membro degli Shins) mentre alle tastiere ecco John Clement Wood (Learning Music e apprezzato backing musician). Sulla carta, su quella carta un po’ ingiallita, non manca nulla. Almeno sembra.

Il cielo per l’occasione si veste di grigio scuro. La brezza che spazza il terriccio dell’area destinata infastidisce molti dei tantissimi bambini presenti all’evento (guarda foto). Segno dei tempi (cambiati) per il duo americano. I singoli spaccatesta degli ultimi album hanno evidentemente abbracciato un pubblico ancora più vasto, ancora più vario. Tutto normale. Tutto previsto. Tutto già noto. Il “pericolo” di incorrere in un’esibizione patinata, telefonata, costruita sul recente clamore discografico, corre sul filo del sentimento ostile da vanificare il più presto possibile. Sentimento che brano dopo brano si tramuta invece in triste realtà. I Black Keys non hanno anima. Offrono uno spettacolo otturato, intasato, ingombrato. Come il caldo con la frutta. Colpiti e ammosciati. Senza brio, vitalità, energia. Patrick Carney non incide. La batteria purtroppo non perviene ed è Dan Auerbach a dover tirare la carretta. Se fosse un fuoriclasse assoluto la carretta comincerebbe ad aumentare i giri, i colpi, accelerando, senza fermarsi più. Non accadrà mai. I due “accompagnatori” sono relegati dietro, quasi in ombra, quasi nascosti. Auerbach contro tutti che poi significa Auerbach contro se stesso. Snaturati. Svenduti. Costretti a cedere al dumping artistico praticato dal Signore dei talleri. Gli unici sussulti sono provocati da qualche svisata semi-furente che arriva dalla chitarra del solito Dan, ma sono attimi, piccoli momenti che non possono salvare ciò che sembra già scritto. Ormai siamo sopraffatti dalla noia e da una certa rabbia smaniosa che si acuisce quando verso il finale partono in sequenza ‘Tighten Up’, ‘Fever’ (versione da dimenticare) e ‘Lonely Boy’. Il numeroso popolo delle “chiavi nere” tira un sospiro di sollievo lasciandosi andare a irrefrenabile gioia danzante. Sull’ultimo pezzo del trittico si scatenano gli smartphone e i “po-po-po-po”, è per questo che siam venuti, sembrano cantare. Dura da mandar giù. Così come dura sarà per i Black Keys rendersi conto di un fatto: Jack White è Dio, loro due discepoli di passaggio.

Ah… dimenticavo. Di quel foglio quadrettato, si insomma di quella pagina un po’ ingiallita, fatene quel che volete. Tanto da queste parti le radici non ricresceranno più.

Emanuele Tamagnini

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