The Black Heart Procession + Scout Niblett @ Alpheus [Roma, 6/Dicembre/2009]

702

Il 6 Dicembre i Black Heart Procession presentano il nuovo ‘Six’ all’Alpheus. Pura coincidenza, ovviamente, ma significativa, per un gruppo che non ha mai nascosto un debole per i numeri. La cabala come fascinazione, e anche come asso nella manica, visto che il ritorno alla numerazione progressiva porta indubbi benefici. Pur senza raggiungere le vette dei primi tre dischi, la band di San Diego torna con un album che riporta ad atmosfere care alle nostre orecchie, dopo i tentativi d’ibridazione degli ultimi due lavori. Un rock crepuscolare, cinereo, protagonista di tre pietre miliari alla fine degli anni Novanta, col quale i nostri continuano a sedurre e ammaliare anche il cuore più nero.

Prima di loro, Scout Niblett. Sale sul palco, intorno alle 21.45, in modo dimesso e umile e inizia ad accordare la chitarra. Non la conosco, ma scopro in seguito che ha già quasi dieci anni di carriera discografica alle spalle: il suo primo disco risale al 2001 e può vantare collaborazioni con Bonnie Prince Billy e Steve Albini. Quest’americana di Portland mette d’accordo tutti: il pubblico apprezza sinceramente il suo cantautorato scarno e minimale e, soprattutto, la sua gran bella voce. Il primo brano mi ricorda qualcosa dei White Stripes più quieti, mentre la voce ha più di un’affinità con colleghe illustri come PJ Harvey e Cat Power. Nel suo space leggo che il grunge ha avuto un gran ruolo nelle sue influenze: concordo, e nella sua variante acustica e unplugged, aggiungo io. Senza dimenticare dei campioni del sound spoglio ed essenziale come i Low. Pur con qualche lungaggine, un antipasto davvero godibile.

Con la stessa sobrietà della cantautrice ma con un’accoglienza comprensibilmente diversa da parte del pubblico, i Black Heart Procession entrano in scena alle 22.45 circa. Pall Jenkins si staglia imponente con la sua mole al centro del palco, col suo cappello nero; Tobias Nathaniel, in tenuta sportiva, si accomoda vicino alle tastiere, con aria nervosa; ad accompagnare il duo, bassista, batterista e violinista-tastierista-rumorista. L’inizio è da tuffo al cuore. Jenkins si siede, prende la sega, l’archetto e inizia a produrre quei suoni che ti dici che sì, sono inconfondibilmente loro, e sai già che il brano è di quelli più ombrosi e paludosi, uno dei migliori, sicuramente. Il piano di Nathaniel svela l’arcano e siamo in piena ‘Outside The Glass’. L’atmosfera si fa densa e ovattata, mentre Pall mormora mestamente il testo, confondendosi nel magma. Incipit da bava alla bocca. Il tango di ‘All My Steps’, dall’ultimo disco, ci porta invece ad atmosfere vicine ad ‘Amore Del Tropico’, solo un po’ più oscure. La parte centrale del concerto vede l’esecuzione di gran parte dei brani dell’ultimo lavoro: tra di esse, il singolo ‘Rats’, ‘Wasteland’ e un’intensa ‘Drugs’, dove il cantante posa la chitarra e seduce con la sua voce aspra e graffiante.

Per mia piacevole sorpresa, non mancano frequenti ritorni al passato. Dal disco d’esordio, i nostri recuperano ‘Release My Heart, ‘Square Heart’ e, più in là, l’accorata ballata ‘The Old Kind Of Summer’. I due dischi precedenti vengono invece omaggiati con l’esecuzione della caraibica ‘Tropics Of Love’, la melodia sibillina di ’Tangled’ e ‘Not Just Words’, uno dei loro pezzi più solari. In concerto, la band sembra puntare più decisamente sui brani più ritmati e rock, e questo influenza anche l’esecuzione di alcuni brani più atmosferici e sommessi, come vedremo poi. Ciò non toglie che il loro sound notturno rimanga invariato: il basso è cupo e massiccio, quasi troppo a volte; il piano di Nathaniel enfatizza molto i bassi ed è sempre in primo piano; il ruolo delle percussioni (di qualsiasi tipo) dà spesso un valore aggiunto al pezzo. Gli ultimi tre brani prima dell’uscita di scena sono da inchino. Da ‘2’ arriva, inaspettata e bellissima, ‘Blue Tears’, eseguita però con un arrangiamento un po’ diverso, con tanto di batteria. È la conferma di quanto detto poco fa riguardo l’atteggiamento dal vivo della band: il brano perde qualcosa rispetto all’originale, ma rimane comunque da applausi. Poi è il turno di uno dei pezzi migliori dell’ultimo album, ‘Heaven And Hell’: uno dei vertici del concerto, fosca e tribale allo stesso tempo. Infine, la già citata ‘Tangled’. Le encores regalano ancora emozioni, grazie a ‘The Old Kind Of Summer’ e ‘Suicide’. Ma il meglio è lasciato alla fine. Quasi senza sperarci più, i BHP chiudono col botto con ‘Your Church Is Red’. Suonata in quel modo, con la batteria che le dava un che di western, mi sembrava quasi che la stessero violentando. Ma resta toccante e commovente come sempre, una delle loro Top 5. Bellissimo concerto e degna conclusione di un autunno musicale ricchissimo in qualità e quantità.

Eugenio Zazzara

1.    Outside The Glass
2.    All My Steps
3.    Release My Heart
4.    Rats
5.    Wasteland
6.    Square Heart
7.    Drugs
8.    Tropics Of Love
9.    Not Just Words
10.    Blue Water – Blackheart
11.    Blue Tears
12.    Heaven And Hell
13.    Tangled

ENCORES

14.    The Old Kind Of Summer
15.    Suicide
16.    Your Church Is Red