The Black Heart Procession @ Locanda Atlantide [Roma, 7/Marzo/2017]

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Dopo una pausa di quasi cinque anni i Black Heart Procession tornano per un tour europeo di 27 date, in cui celebrano il ventennale. In realtà non quello annunciato dell’uscita dell’esordio che è del 1998, ma quello della nascita della formazione. Era infatti il 1997 quando Pall A. Jenkins e Tobias Nathaniel danno vita a quello che nelle loro intenzioni doveva essere un side-project dei seminali Three Mile Pilot, ma che ben presto divenne la loro occupazione principale. Da allora la band di San Diego ha pubblicato sei LP e poco più di una manciata di EP, arricchendo i cataloghi di labels come la Headunter Records, la Touch and Go e la Temporary Residence. Inoltre hanno realizzato il volume 11 della collana ‘In the Fishtank’ per la KonKurrent insieme agli olandesi Solbakken. I loro brani cupi e malinconici hanno saputo toccare come pochi altri le corde più intime dell’ascoltatore. Ballate suggestive che sondano il lato oscuro della natura umana e si articolano masticando le radici della tradizione americana. Stropicciano folk, blues e country, infarcendo un cantautorato noir d’estrazione nobile (Cave e Waits su tutti) con la sperimentazione noise del sottobosco indipendente (l’uso ad esempio di strumenti atipici come la sega elettrificata). Questi i motivi per cui i loro primi due album, quelli in cui faranno tutto da soli con l’aiuto di Mario Rubalcaba alla batteria e Jason Crane alla tromba, entreranno nella storia dell’indie rock statunitense. Dopo la trilogia iniziale (album conosciuti come 1, 2 e 3), la band si espande con l’innesto di Joe Plummer alla batteria e Matthew Resovich al violino nel 2001 e di Jimmy LaValle al basso nel 2005. Il suono si arricchisce di suggestioni cinematografiche e sapori tex-mex, i brani diventano più ortodossi, gli album risultano più accessibili e godono di una produzione più accurata e ricca. Dal 2010 in poi niente più dischi. La data romana è organizzata dai ragazzi dell’Init ed ospitata dalla Locanda Atlantide, visto il protrarsi della chiusura forzata del locale di via della Stazione Tuscolana 133. Curioso è che il loro primo evento da promoter, fu di fare a Roma nel 1998 proprio il concerto della band californiana in occasione dell’uscita dell’esordio. Quella data gode di un’aurea particolare nei racconti sul clubbing capitolino. Si tenne presso “les Folies”, una struttura situata in via Casilina Vecchia 42, che dopo qualche tempo ed altri nomi venne sgomberata e riassegnata, diventando la nuova sede di un noto locale. Ma queste sono altre storie.

L’apertura è affidata a World Dirtiest Sport, progetto solista di Kevin Brandstetter, già leader dei Trumans Water, intento a promuovere il buon esordio discografico del 2016, “Electroweak Phase Transition”. Alle 22.20 il musicista di Portland sale sul palco e si siede su una sedia con una ricca schiera di effetti e pedali di fronte. Ha un collare autocostruito col fil di ferro, in cui ha fissato un microfono sm58. Alle sue spalle tre amplificatori: uno per il basso, uno per la voce ed uno per la chitarra e i loops. Indossa una maschera da lupo che terrà poggiata leggermente alzata sulla fronte. In quaranta minuti crea un magma sonoro fatto di voce reverberata, chitarre sovrapposte, basso, loops, effetti e drum machine. Suona lo-fi, garage e psichedelia, ma anche sferzate noise, atmosfere dark e pulsazioni post punk. Gestisce tutto con sana e lucida follia. Applausi.

Alle 23.15 i Black Heart Procession fanno il loro ingresso on stage. Con Jenkins e Nathaniel ci sono due musicisisti serbi di cui alla fine conosceremo solo i nomi: Vladimir alla batteria, percussioni e violino e Boris alla fisarmonica e all’organo. La scaletta prevede la riproposizione integrale del disco d’esordio e le note di “The Waiter” ci introducono nel migliore dei modi. La sala è gremita e attenta. Si rimane subito rapiti dalla filastrocca creata dal piano di Nathaniel e dalla voce e dalla sega elettrificata di Jenkins, accarezzati dal violino e dalla fisarmonica. “The Old Kind of Summer” si snoda in un’indolenza quasi ubriaca della voce di Pall su una melodia tipica del piano di Tobias. “Release My Heart” risulta ancor più dritta e potente rispetto al disco, mentre “Even Thieves Couldn’t Lie” mantiene intatta la propria grazia noir. La sequenza dei brani viene rispettata in maniera tassonomica. Il riff di chitarra di “Blue Water Black Heart” viene accolto con favore dal pubblico, prima di abbandonarsi ad una dinamica coinvolgente e ad un cantato ammaliatore. “Heart Without a Home” restituisce alla platea un sofferto intimismo, per poi infrangersi nella classicità pianistica in salsa noise di “The Winter My Heart Froze”. L’audio è clamorosamente molto buono e tutto va in crescendo. La solennità di “Stitched to My Heart” sonda in maniera struggente un cumulo di suoni e concetti profondi, per poi aprirsi in una “Square Heart” dal tono sornione e liberatorio. “In a Tin Flask” ristabilisce il romanticismo classico della band, mentre “A Heart the Size of a Horse”, che chiude la prima parte del concerto, parte delicata e poi diventa avvolgente e marziale. I bis non si fanno attendere e stupiscono i presenti. Una inattesa “A Cry for Love” (da ‘Amore del Tropico’ del 2002) è più decisa e meno sognante rispetto a quella in studio. Dal pubblico chiedono “Blue Tears”. Pall si avvicina al microfono, stappa una lattina di birra e scherza sul suono che ne deriva, poi aggiunge che in scaletta oltre al primo disco ci sono i brani che rispecchiano quel mood e il momento che stanno vivendo. Presenta la band e annuncia una versione decadente e straziante di “The War Is Over” (da ‘3’ del 2000). Poi si avvicina di nuovo al microfono e spiega che per loro di San Diego, Tijuana dista pochi minuti e che per questo ha molti amici in Messico. Quindi se la prende contro l’idiozia del muro e indicando i suoi colleghi serbi allarga il discorso a tutti i rifugiati in generale, spiegando che quello che andranno ad eseguire è un brano nuovo ispirato alla loro condizione. Detto questo parte una marcia quasi funerea, puro slowcore che si apre in un crescendo dal sapore messicano e poi si compie in una vibrata coda finale. Si chiude tra gli applausi convinti dopo un’ora e venti minuti di gran classe e profondo controllo. Questo per buona pace di chi li pensava finiti, sperando che ci sia anche una nuova uscita discografica.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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