The Black Crowes @ Piazza Duomo [Pistoia, 4/Luglio/2013]

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Sono passati almeno 16 anni. Un’altra vita. Altri orizzonti, le stesse speranze. Fui chiamato da uno dei più importanti quotidiani nazionali per una “prova”, dopo che il mio Curriculum Vitae aveva fatto breccia nelle simpatie di un editor in chief. Il quale aveva avuto il compito di reclutare nuove penne per il restyling dell’inserto musicale senza però essere stato investito dell’ultima parola. Insomma era privo del potere decisionale finale che spettava alla loggia ristretta dei soliti noti, dei soliti nomi, di quelli che ci sono ancora (purtroppo). La prova era libera: una recensione di un disco e un report di un live a cui avevo assistito di recente. I due “pezzi” sarebbero stato vagliati dalla conventicola dei santoni e avrei avuto celermente un responso. Scelsi un disco qualsiasi che avevo appena ascoltato e analizzato per il magazine con cui collaboravo all’epoca, il disco solista di Linda Perry delle 4 Non Blondes (talmente brutto che infatti di lì a breve decise saggiamente di sedersi dall’altra parte del mixer), mentre la scelta del concerto ricadde su quello dei Black Crowes a cui avevo assistito qualche mese prima nella mia città (per la precisione alla “scalinata” dell’EUR). Il benevolo e simpatico editor in chief al telefono era costernato. Non sapeva infatti in che modo comunicarmi il “NO” espresso dalla cerchia filosofale, dai templari custodi del sapere. Mi disse che lui non aveva potuto intercedere, che “loro” avevano reputato troppo enfatica, troppo entusiastica la recensione del live della band di Atlanta. Vi starete chiedendo: “cosa diavolo avevi mai scritto per risultare così eccessivo?”. Avevo semplicemente esordito così: “i Black Crowes sono la più grande rock’n’roll band del pianeta”. Tutto qui. Evidentemente solo a “loro” era consentito pontificare ed edificare sentenze, sui quei soliti 4-5 gruppi che ancora oggi fanno furore nei loro cuori rugosi. Se potessi tornare indietro non esordirei più usando quella riga galeotta. No. Perchè la riscriverei identica per altre 4-5 volte almeno: “i Black Crowes sono la più grande rock’n’roll band del pianeta, i Black Crowes sono la più grande rock’n’roll band del pianeta, i Black Crowes sono la più grande rock’n’roll band del pianeta, i Black Crowes sono la più grande rock’n’roll band del pianeta, i Black Crowes sono la più grande rock’n’roll band del pianeta”.

Da quel giorno tanto è passato della mia vita sotto i proverbiali “ponti”. Tanto è cambiato. Quasi tutto. Ma sono restate le convinzioni più strette, le emozioni più forti, le persone più belle. E sono rimasti anche i fratelli Robinson. Rivampati ancora una volta a fine 2012, dopo due anni di esilio “voluto”, e con qualche novità in line-up (il chitarrista Jackie Greene ha preso il posto di Luther Dickinson). La cultura e la cura dell’esibizione live li ha quindi condotti alle porte della primavera scorsa a pubblicare il quarto disco dal vivo ‘Wiser For The Time’. Un’attenzione maniacale/professionale confermata anche dalla felice vendita online di ogni concerto, in un’incredibile sorta di storicizzazione del loro mondo, portata avanti con perizia e minuziosità, dopo alcuni anni di condivisione libera da parte dei fan proprio attraverso il sito uffciale, sul quale si potevano trovare addirittura le istruzioni dettagliate su come registrare gli show, caricare i file, scambiarli ecc. L’archivio dei corvi neri è certamente divenuto enorme anno dopo anno, come si confà ad una band ormai “classica” per definizione, inarrivabile in senso assoluto, e non solo per gli oltre 35 milioni di dischi venduti in poco più di vent’anni di cristallina carriera. I Robinson sono i figli putativi dei fratelli Allman. Il sapore unico, sincero, vintage, rock’n’roll, impastato, fangoso, soul, passionale, vero, toccante, avvolgente, polveroso, commovente del Sud degli Stati Uniti, quello con le radici ben piantate sia nella tradizione e nel sangue dei “neri”, sia in una parte di quella invasione britannica che nei primi anni ’60 sconvolse i pargoli americani concepiti sulle frenesie sessuali dei primi scandali pelvici. Quello che ggi non trovate più da nessuna parte.

Il nucleo originale rimane sempre lo stesso. Chris e Rich + l’appesantito batterista Steve Gorman (che lascia i Crowes nel 2001 per poi tornare nel 2005, lasso di tempo durante il quale collabora con gli Stereophonics e anche con il compianto Warren Zevon), completato dal bassista Sven Pipien (a casa Robinson per la terza volta dal 1997), dal tastierista Adam MacDougall (attivo da circa sei anni) e come già detto dal giovane Greene. Una delle peculiarità riconosciute e riconoscibili del sestetto di Atlanta risiede nelle setlist sempre differenti una dall’altra, show dopo show, data dopo data. Un tesoro inestimabile da cui attingere e autentica gioia godurosia per i fan in attesa spasmodica di colpi di scena. Alle 21.45 accolti dal boato della non foltissima presenza umana entrano in scena i “nostri”. Pistoia è un “fazzolettino” come ci tiene a sottolineare una simpatica negoziante dalle gote rosse e gli occhi vispi, un “paesotto” in posizione strategica (mare, Firenze, Chianti, colline), che vive di riflesso la propria collocazione geografica e attivamente questo storico festival. Per Ben Harper uno dei “palchi” più congeniali su cui abbia mai suonato (fate vostro nel frattempo che leggete queste righe il suo nuovo album in compagnia del vecchio leone Charlie Musselwhite, ‘Get Up!’ è una gemma grossa grossa) e non fatichiamo a crederlo vista la resa finale del concerto dei Black Crowes. Che iniziano il rito con ‘Sting Me’ (guarda video), a passo felpato, come le movenze di un sempre più messianico Chris Robinson, magrissimo, barbuto, a piedi nudi, pantaloni e camicia jeans portati con elegante semplicità rurale. Le mani ai fianchi, quel gesticolare, quella voce graffiata, quell’atto selvaggiamente reale nel prendere e brandire l’asta del microfono, ne fanno ancora uno dei più grandi frontman in circolazione.

Quando partono con la loro personalissima “nave” diventano cerebrali, imprendibili, e con il fido Bonini ci chiediamo quale altra band si possa permettere di suonare così, con un evidente dono di Dio, essere supremo e sconosciuto. Da ‘Good Friday’ in poi è l’inevitabile crescendo (naturale evoluzione di un live che è destinata solo ai grandissimi) sottolineato dalla prima grande sorpresa nelle note di una mastodontica ‘Medication Goo’ dei Traffic a cui vengono incastonate ‘By Your Side’ (brividi) e ‘Ballad In Urgency’. Calore e atmosfera. Con le luci di una Piazza Duomo ora accogliente bomboniera, irreale, a suggellare la solennità prima con ‘Wiser Time’ e quindi con una sempre toccante, asciutta, ‘She Talks To Angels’ (guarda video). Le emozioni diventano palpabili tra la gente varia per estrazione e provenienza, vecchi rocker, pseudo amanti dell’heavy, coppie giovani, giovanissimi, coppie sposate con bambini, attempati e canuti, tanti stranieri che si riconoscono nell’immediatezza delle magliette “particolari” indossate (Grand Funk, Canned Heat, D.R.I., My Morning Jacket, shirt dei Crowes only for fan e tanta varia umanità). Gli ultimi quattro pezzi sono da manuale del rock’n’roll. Da extraterrestri della tradizione. Roots rock confederato ai massimi livelli. ‘Soul Singing’ premia la nostra lunga attesa pistoiese (l’ho canticchiata per tutto il pomeriggio ritrovandomela servita su un piatto di metallo pregiato), ‘Thorn In My Pride’, ‘Jealous Again’ e una devastante ‘Remedy’ chiudono un trittico monumentale e proiettano idealmente i Crowes tra le braccia protese della gente. Sorrisi e saluti. Ma non è finita. Il bis prestabilito è un medley dei loro. Una fusione perfetta tra le due cover più amate dalla band: ‘Hard To Handle’ e ‘Hush’. E’ jam d’altri tempi. Statura di tempi antichi. Impossessati dall’anima del Generale Lee e da Duane Allman (seminale al pari solo di Jimi Hendrix e Peter Green, sia chiaro una volta per tutte cazzo). Si balla, si salta, si dà sfogo alle ultime forze residue. Christopher Mark Robinson è totalmente coinvolto, si avvicina a bordo palco, saluta, sorride, un’alchimia irrefrenabile li ha ormai rapiti. “Mille grazie” e tutti in fila a salutare, tentennano, vorrebbero quasi continuare, ma non cè più tempo. Chissà se passerà un’altra vita prima di rivederli. Di una cosa però sono certo, i Black Crowes continuano ad essere “la più grande rock’n’roll band del pianeta”. La notte è lunga e silenziosa. Come la soddisfazione del mio cuore.

Emanuele Tamagnini

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