The Black Crowes @ Castello Sforzesco [Vigevano, 7/Luglio/2011]

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Per questa irrinunciabile trasferta scelgo il percorso alternativo, non la scontata A1 con i suoi imprevedibili rallentamenti o blocchi chilometrici che rischierebbero di farmi arrivare tardi, ma la più tranquilla Aurelia che imbocco dal litorale Laziale. Partendo da Roma, Vigevano non è proprio dietro l’angolo, una sfacchinata che mette a dura prova fisico, automezzo e portafogli, ma per le ultime date prima di un indeterminato addio, annunciato già da tempo dal sestetto di Atlanta, è un piacevole sacrificio sobbarcarsi questa trasferta. Come da speranza il traffico è nullo, dopo una gigantesca nave da crociera ancorata nel porto di Civitavecchia, mi lascio alle spalle con una velocità inaspettata Livorno, Pisa, Viareggio, Massa e Carrara con quella montagna tanto cara al Michelangelo sventrata in maniera immane, affacciata sulla città. In prossimità di La Spezia comincio a fare i calcoli di quanto manca all’arrivo e improvvisamente mi ritrovo tra un tunnel, una curva e una sopraelevata nella contorta riviera Ligure. Qui sembra che la terra abbia preso un cazzotto tanto è increspata e disordinata, non vedo l’ora di lasciarmi alle spalle Genova per rilassarmi nella pianura.

Arrivo a Vigevano nel primo pomeriggio e subito mi catapulto nella bellissima piazza Ducale, un gioiello rinascimentale da vedere assolutamente. Da un’apertura sotto al porticato che circoscrive l’intera piazza una scalinata immette nel giardino del Castello Sforzesco, una location straordinaria per un evento del genere. Dopo un giro di esplorazione in città, a parte questa bella piazza poco o nulla, e un paio di bionde nel gargarozzo, mi introduco nell’area concerto. Nello stand del merchandising tra magliette, portachiavi e CD un grosso espositore recita: “Vape €5”, mi chiedo chi cazzo si comprerà queste bombolette spray anti zanzare, meglio una pinta di birra artigianale nello stand di fronte penso io. Dopo tre minuti all’interno del giardino mi rendo conto che le zanzare sono migliaia, degli sciami assetati di sangue che volano in picchiata sul pubblico causando uno sfregamento collettivo degno di un film del terrore. Alle 21,15 è Paolo Bonfanti a regalarci le prime emozioni della serata, tra blues, boogie e r’n’r d’annata, il chitarrista genovese e la sua band (chitarra, basso, batteria e fisarmonica) strappano applausi sentiti con un set compatto e ottimamente suonato.

Per il primo show da sei mesi a questa parte, prima data di un breve tour europeo che sancisce l’addio (speriamo temporaneo), il gruppo dei fratelli Robinson sceglie una scaletta da hit parade. Dopo un’entrata in scena informale e rilassata con il canonico saluto della pace con la mano destra protesa in alto da parte di Chris Robinson, è ‘Sting Me’ ad eccitare immediatamente un pubblico di veterani. L’età media è più alta del solito, sono presenti famiglie con figli al seguito, qualche hippy, motociclisti, il gruppetto di immancabili metallari, ci sono molti capelli bianchi, e un assortimento di magliette vintage che è un piacere osservare. Durante la successiva ‘Jealous Again’, accolta con un boato da stadio, la sorpresa maggiore è la sparizione totale delle zanzare, probabilmente scacciate dalle frequenze di qualche strumento. ‘Good morning Captain’, apertura dell’ultimo ‘Before the Frost’, suona come un classico, mentre ‘Soul Singing’ orfana delle corpose coriste di colore viene cantata a gran voce dal pubblico. I Black Crowes sono una macchina perfetta, il riffing incessante di Rich è di quelli che ti manda su di giri, la sezione ritmica è ormai collaudata da anni, mentre il nuovo arrivato Luther Dickinson alla chitarra solista è una furia inarrestabile, Chris Robinson alla voce è il frontman perfetto, con le sue danze a ritmo e la sua voce carica di feeling interpretativo, una star che brilla di luce propria e non per artifizi o cafonaggini da primadonna.

‘Wiser Time’ e la successiva cover di ‘Poor Elijah’ (Delaney & Bonnie), sono il motivo principale per assistere ad un concerto dei Black Crowes. I brani dilatati oltremisura si trasformano in jam interminabili, in duelli chitarristici, in ritmi sempre nuovi, il tastierista Adam MacDougall ha il suo momento di gloria, Chris esegue il solito assolo di armonica, per poi rientrare nei binari e concludere da dove si era partiti. Durante la parte centrale di ‘Wiser Time’ mi è sembrato di tornare indietro di quarant’anni, chiudendo gli occhi ho immaginato lo sfortunato Duane Allman alla slide, si tanto è la bravura di questi ragazzi, maturati ormai a tal punto da far parte del gotha dei grandi ai quali si sono ispirati. Il concerto scivola via veloce, ‘Hard to Handle’ genera un ballo di massa, ‘Oh Josephine’ e ‘She Talk to Angels’ vengono osservate con calma mentre il rientro per l’unico bis è di quelli che rimangono impressi, una versione del classicissimo ‘Remedy’ rabbiosa e potente, Chris urla nel microfono “I need a Remeeeedy” con tutta la voce che ha, mentre il fratello spara delle bordate impressionanti, poi il saluto della pace con la solita mano e via dietro ai teloni. Saranno solo undici i brani eseguiti per novanta minuti di musica, il pubblico (me compreso) ci rimane un po’ male, qui sono tutti fan e sanno che le esibizioni dei Black Crowes possono essere ben più lunghe, ma l’intensità c’è stata e quella non si misura. Imbocco la via del ritorno e mi ritrovo On The Road Again, la notte è ancora lunga, Peace!

Alessandro Bonini

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