The Black Angels + Dragons Of Zynth @ Circolo degli Artisti [Roma, 1/Dicembre/2008]

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L’arrivo con largo anticipo mi consente di spulciare il bancone del merchandising, gestito dal classico e sorridente ragazzone americano cresciuto a latte e basket. “Vinili? Non ne portiamo in tour”, “Magliette? Ancora non le ho scaricate dal camion”, “Qualche EP? Mmhh… presto per tirarli fuori”. Mi trovo a fischiettare ‘Bye Bye Mombay’ quando alle dieci, puntuali (per fortuna), salgono sul palco i Dragons Of Zynth. Una graziosa orientale, naturalmente al basso, e tre loschi figuri di colore. I più maliziosi di voi penseranno subito ad una pruriginosa variazione del cast di “Blackzilla”. Noise-Porno dunque? Si, ed anche di fattura gradevole, se in mezzo a queste due parole che tanto ci piacciono, non ci finisse anche il termine “intellectual”. Come se, per un film a luci rosse, un produttore economicamente suicida, sostituisse Aristide Massaccessi con la coppia Paul Morrissey/Derek Jerman, e spostasse il set da Monte Gelato a qualche fontana installata in mezzo al Moma, chiamando i dragoni a musicare il tutto.

Gli americani frullano freneticamente oscure garage band seventies (Rocket From The Tomb?), calde atmosfere Blaxploitation, riff da math rock e il Prince dei tempi migliori, in un affanno postmodernista mooolto opportunista, provando ad unire il pastiche con colate soul, filtrato dalla voce di zucchero di Akwetey, che ha il pessimo gusto di indossare chiodo e cappello da tirolese insieme, o dal timbro nervoso di Aku (Jeez… che nomi…), Malcolm Mooney che la mamma ha tenuto lontano dai ragazzacci tedeschi a colpi di anfetamine ed elettroshock. Il risultato sa di plastica: il combo, attentissimo alla forma, prova a beccare la citazione più cool, passando a casaccio da un genere all’altro, troppo freddo e meccanico per coinvolgere veramente e con pezzi eccessivamente lunghi per non annoiare. Sul finale, dopo aver tentato la bestemmia in Chiesa, con una versione da stadio dei Bad Brains, i Dragons Of Zynth si lasciano andare ad improvvisazioni più free, presto troncate per dar spazio a quella che potrebbe essere un’outtake di ‘Dear Science’, dei loro amichetti TV On The Radio. Mah.

Al cambio di palco, montano i dubbi: il Sensei mi fa notare che i Black Angels sono giovani. Troppo per lui. Replico pronto che Christian Bland indossa una maglietta degli Spacemen 3, cosa buona e giusta. Il capo mi risponde allora che Stephanie Bailey, più che una batterista, sembra la versione bionda di Maud Forget. Ai tempi di “Frontier(s)”, precisa, mica quelli di “Mauvaises Fréquentations”. E che la barba di Alex Maas non gli va tanto giù. L’apparenza inganna.

Il frontman da fuoco alle polveri con un urlo strozzato, su cui si innesta l’avanzare maligno e nervoso di ‘You On The Run’, un dondolare da sonnambuli sul ciglio dell’abisso. E la piccoletta, madonna come pesta! Ritmi primitivi e ipnotici, con la grazia di un camionista del profondo sud. Si sbava per un sorso di adrenocromo e non potendolo estrarre dalla ghiandola pineale dell’idiota che si accende una sigaretta di fronte a noi, accettiamo beatamente quello distillato dalla fucina diabolica di Austin, Texas. I cinque devono esser stati tirati su in qualche sperduta fattoria, affidati alle cure amorevoli di sorella Raggio e di Otis B. Driftwood, abbuffandosi fino allo sfinimento di banane color magenta. Ogni tanto doveva far capolino quel matto zio inglese di Jason Pierce con i suoi racconti di viaggi spaziali o quel cugino freak di Anton Newcombe, con le tasche piene di metadone. Si torna indietro nel 1967, mentre sul palco gli angeli neri si scambiano gli strumenti, raddoppiando il muro di suono grazie ad un floor tom, picchiato a turno, e aumentando il tasso di acidità nell’aria con l’aiuto di un synth. Un girotondo accidioso che mira ad accontentare la terza richiesta di sua maestà satanica.

Si può muovere qualche appunto al cantato, che, filtrato da diversi effetti, fa tanto HAL 9000 che tenta di imitare Bobby Gillespie. Ma sono quisquille, subito fugate da droni distorti e affilati e da giri di basso cresiciuti ad ormoni. Sul bis succede di tutto, con i Feelies che mettono su un gruppo doom e l’ultima cavalcata lisergica, sostenuta da tre chitarre, sulle cui note massacrate compaiono le sorelle ielardine, alcoliche Erinni, che, sghignazzando ed ululando, strabordanti di birra, si mettono ad importunare i presenti chiedendo insistentemente a che profondità corrano le tenebre. Da qualche parte, all’inferno, lo spirito di Sterling Morrison inizia a ridere.

Carlo “Aguirre” Fontecedro

2 COMMENTS

  1. ottima recensione per un concerto memorabile, io sto ancora fluttuando negli inferi lisergici!!!

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