The Black Angels @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Settembre/2011]

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Chi è stato ad Austin racconta di una città moderna che non ha certo dimenticato la propria storia che si perde nella notte dei tempi, quella dei dinosauri e del Midland Man. Una città (la sedicesima più grande degli Stati Uniti) che ha fatto dell’efficienza energetica domestica una vera e propria battaglia. Austin circondata da una serie di laghi artificiali per combattere e prevenire le alluvioni che in passato hanno flagellato la zona. Chi è stato ad Austin, anche solo di passaggio, racconta di una città in espansione tra le più eleganti in assoluto, ideale per le famiglie grazie anche ad un sistema scolastico pubblico tra i migliori della nazione. Uno scenario così descritto tutto farebbe pensare fuorchè ad Austin come ad una delle culle riconosciute della più torrida e seminale psichedelia riconducibile al periodo selvaggio degli Spades di Roky Erickson che poi a breve scriverà la leggenda in seno ai 13th Floor Elevators. Ma forse non tutti sanno che la capitale del Texas è anche detta “The Live Music Capital of the World”, South by Southwest a parte, qui ogni anno si svolgono infatti l’Austin City Limits Music Festival, Urban Music Festival, The Fun Fun Fun Fest, Chaos In Tejas e l’Old Settlers Music Festival. La lista degli Austinites illustri è assai lunga ma ci limiteremo a memoria citando quelli musicalmente noti. Ecco allora che l’importanza di questo luogo si può riassumere elencando The American Analog Set, …And You Will Know Us by the Trail of Dead, Oh No! Oh My!, Okkervil River, Balmorhea, Harlem, Butthole Surfers, I Love You But I’ve Chosen Darkness, White Denim, Explosions In The Sky, Charalambides, Ben Kweller e ovviamente i protagonisti assoluti di questa serata settembrina all’ombra del club casilino: The Black Angels.

Il terzo ‘Phosphene Dream’ ha messo d’accordo proprio tutti, critica e pubblico, se è vero che il disco più morbosamente “garage” del quintetto quasi dodici mesi fa ha debuttato al numero 50 della chart di Billboard, trascinando entusiasmo e allungando il “contagio” fino a questa nuova sortita italiana. A dire il vero gli angeli neri erano riapparsi discograficamente attivi anche ad aprile in occasione del Record Store Day pubblicando per la gioia dei feticisti non pentiti il 12″ ‘Another Nice Pair’ contenente i primi due grezzi EP. Roma risponde in maniera nettamente più copiosa rispetto a quel 1 dicembre 2008, quando la rinnovata fame psichedelica non aveva ancora (ri)svegliato le coscienze dell’appassionato medio, perennemente in ritardo sui tempi di (avan)scoperta musicale, irreversibilmente perduto tra patine, liturgie di massa e falsi miti. La parola “psych” è oggi profondamente trendy, oggetto misterioso tutto da (non) scoprire, che richiama facce e corpi diversi per età ed estrazione socialmusicale. Ad aprire l’appuntamento/evento sono chiamati da Seattle The Night Beats, giunti al debutto omonimo in tarda primavera, noti ai meno per essere una delle band correlate ai Black Angels se è vero che il leader Lee Blackwell divide con il chitarrista Christian Bland il progetto The Ufo Club (ad agosto le due band orbita hanno tra l’altro felicemente splittato a 10″). Il tutto torna in famiglia ma soprattutto il tutto torna musicale che riconduce alla fonte di sound limpidamente garage rock, stampo anni ’60, postura della bella epoque e tiro incrociato che nel power trio in questione richiama direttamente in causa i nuovi “maestri” Black Lips. Seppur il look dei Night Beats somigli al non look degli arruffati proto-grunge Meat Puppets (del resto i natali parlano estremamente chiaro) nel breve spazio a loro concesso riescono a catturare l’audience a ridosso del palco con una forza d’urto e di volume davvero sorprendenti.

Quando la sala principale ha ormai raggiunto la gradazione di calore vicina ad un altoforno industriale aperto all’ora di pranzo in pieno ferragosto, i texani neanche troppo silenziosamente entrano in scena, praticamente vestiti come tre anni fa, ma con un set collaudato ed estremamente rodato, al quale a conti fatti mancherà – come vedremo – più che il cuore e la passione, l’istinto e una certa sporcizia d’insieme che avevano caratterizzato inevitabilmente gli inizi. A livello altissimo raggiunto il quintetto sa ormai muoversi con sicurezza (mai compassata sia chiaro), donando al proprio mondo d’ascolto trame più “limpide” e “perfette”, giusto viatico per l’esecuzione dei brani dell’ultimo disco, supportati da due “tastiere” che per molti snaturano l’essenza sanguigna del sound Black Angels (guarda video). Dettagli, dettagli certo, ma sapete quanto ci teniamo ad essere puntigliosi e critici soprattutto quando sotto la lente d’analisi finiscono nostri amatissimi protégé. Poco più di un’ora (con bis a richiamo insistito) senza punti bassi, se non durante la spasmodica ‘Yellow Elevator #2’ infastidita da qualche problema tecnico, a ricreare atmosfere sature del solito pathos colorato di rosso, dove la voce-litania serpeggia virulenta dall’inizio alla fine disegnando uno scenario in calce al quale i ragazzi di Austin potrebbero anche non mettere più la firma tanto è riconoscibile e saziante. Squarci latenti d’organo doorsiano, percussioni in stato di trance, echi lontani, scarsa o quasi comunicazione col pubblico (menomale) ed un’ultima parte a cinque stelle dove finalmente le chitarre si riappropriano dell’anima psych confezionando il meglio della serata. Imborghesiti con talento e misura. Come la moderna Austin e questo nuovo pubblico, forse oggi richiedono.

Emanuele Tamagnini