The Asteroid #4 @ Init [Roma, 17/Settembre/2014]

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Primo appuntamento e primo banco di prova per la scia, anzi, la “cometa psichedelica” che, specialmente nelle ultime due stagioni, è diventata sempre più definita e brillante, grazie ai concerti di tante band, che ormai fanno parte di una fertile e crescente realtà… o forse sarebbe meglio dire “surrealtà”.
Tra le stelle più o meno luminose, più o meno giovani e provenienti da più o meno lontano che illuminano il nostro cielo ieri è passato un asteroide. 
Gli Asteroid #4 sono roba per palati fini e, grazie al “cielo”, la loro luce non è stata totalmente offuscata da altre stelle, quelle calcistiche della Champions League (troppo spesso infatti accade che la concomitanza di concerti e big match sia fatale per la musica), garantendo allo spettacolo andato in scena all’Init una platea non enorme, ma senz’altro degna numericamente e con diversi elementi d’eccezione facenti parte di band ed altre surrealtà della nostra cometa.
“We never have setlist when we go on stage…” mi dirà più tardi Eric Harms, il chitarrista con la Rickenbacker tutto a sinistra del palco per capirci, del resto è evidente fin dalle prime canzoni, per chi non avesse una conoscenza approfondita di questo gruppo, che si tratta di musicisti preparati (non sono certo ragazzini alle prime armi del resto) e che sanno unire con rara maestria, stili ed influenze variegate.
 Il set proposto ed i frutti estratti dalla loro discografia, dal primo capitolo nato nell’ormai lontano 1997 fino all’omonimo ultimo album uscito lo scorso anno, ripercorrono le influenze fondamentali che orbitano attorno alla neo-psichedelia, con ispirazioni di stampo sessantiano che strizzano spesso e volentieri l’occhio ad interludi di matrice shoegaze e krautrock, seppur sempre con grande varietà di ritmiche e dinamiche.
 Un sapiente incrocio di filosofie ed interpretazioni, per un risultato non totalmente statunitense e non propriamente europeo, che spesso, specie nella prima metà del concerto esplora il folk all’americana rivisitato però in chiave sydbarrettiana, sfumato con tante altre miscele inebrianti. La formazione è di cinque elementi, in cui si alternano principalmente le voci dei chitarristi Scott “Vitt” Vittorelli e Ryan Carlson Van Kriedt (tra l’altro anche membro fondatore dei Dead Skeletons), richiamando un approccio alla faccenda a tratti beatlesiano. Le due chitarre spesso diventano tre, con l’aggiunta di Vitt, che all’occorrenza è anche armonicista. Matthew Rhodes al basso ed un prorompente Adam Weaver batteria garantiscono un apporto sonoro massiccio e la compagine non soffre affatto della mancanza di tastiera (o organo, elementi peculiari del genere), molto spesso grazie al lavoro del già citato Harms, che in determinati frangenti sembra proprio andare a parare su quel tipo di melodie che abitualmente suonerebbe una tastiera, però con la chitarra.
 Nonostante l’assenza di una scaletta, il set parrebbe essere studiato o comunque incanalato sui binari di un crescendo che, dopo una partenza incentrata su atmosfere godibili e rilassanti, come quella di una tranquilla crociera intergalattica, inizia progressivamente a pigiare sull’acceleratore, fino ad essere catapultati nelle esplosive ed ossessive cavalcate lisergiche finali… dall’entrata nell’orbita terrestre, fino allo schianto dell’asteroide sulla superficie.

Niccolò Matteucci

@MrNickMatt

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