The Afghan Whigs @ Estragon [Bologna, 5/Giugno/2012]

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E dopo 13 anni dall’ultimo tour europeo, anche loro sono caduti nella tentazione della vague delle reunion. Ma questa non è una reunion qualsiasi, stiamo parlando di uno degli eventi del decennio. Gli Afghan Whigs hanno decisamente segnato la musica alternativa degli anni ’90, sono stati più capaci di altri gruppi di veicolare il malessere di quegli anni, la difficoltà delle relazioni personali, con un marcato accento sulle miserie umane. E la loro seppur non particolarmente prolifera discografia segna proprio un’evoluzione della parabola delle oscurità umane che loro descrivono in modo così unico: scartando ‘Big Top Helloween’ e ‘Up in It’, si passa dall’impatto violento della disperazione di ‘Congregation’, che diventa amarezza così forte da produrre quasi un disarmante senso di abbandono di ‘Gentlemen’, per passare alla miseria umana tinta di dannazione di ‘Black Love’, fino ad arrivare quasi alla celebrazione autoironica dello sconforto di ‘1965’. E tutto questo c’è questa sera all’Estragon. Il non facile compito di apertura affidato ai Calibro 35, che sicuramente mostrano una resa dal vivo non comune per un genere non certo del tutto “facile” per quello della musica strumentale anni ’70.

Attendo con nervosismo il momento dell’abbassamento delle luci, cullato da alcune Beck’s, giusto per non arrivare impreparato al cospetto di Dulli e compagnia, quasi teso per vedere se qualcosa è cambiato da quando ci siamo visti l’ultima volta 13 anni fa nel luglio del 1999 quando mi avevano lasciato senza fiato con oltre due ore di concerto; avevo provato a seguirli ovunque dal vivo in quel 1999 per cercare di riprovare l’unica atmosfera che sanno produrre dal vivo, ma le contingenze del momento mi avevano costretto a dovermi accontentare delle date di Tilburg e Bruxelles. Ricordo un Dulli davvero maledetto, al limite della sobrietà sul palco, costantemente circondato da un alone di fumo di sigaretta. Luci calate e alle 23,15 salgono sul palco Dulli e soci, che poi, ad eccezione di Mr. Earle alla batteria, sono la formazione originale dei principali album. Luci soffuse per la maggior parte del concerto e non potrebbe essere diversamente, perchè è questo lo spirito degli Afghan Whigs, nessuna attitudine da rockstar, il contrario: tirati, duri, sofferti. E anche se non ci sono dubbi che Greg Dulli sia il vero “ospite” della serata, la presenza massiccia di Mr. Curley completa il quadro di famiglia, insieme a McCollum, vero freak.

Un inizio strepitoso con ‘Crime Scene, Pt 1’ e poi tutto il meglio da ‘What Jail is Like’ a ‘Gentlemen’, ‘Honky’s Ladder’, ’66’, ‘Somethin’ Hot’, ‘Fountain and Fairfax’, ‘Uptown Again’, per citarne solo alcune. Dulli in una forma strepitosa, voce ancora bellissima, il pathos che sa esprimere il grande frontman che è, si pensi a ‘Debonair’, o ‘Faded’, accompagnato da un timbro poderoso, fanno di lui un maestro di cerimonia incomparabile, pur nell’assenza di contatto con il pubblico, se non per poche battute di ringraziamento o incitamento, rigorosamente in italiano. E anche una grande carica trascinante su ‘My Enemy’ e ‘Going to Town’. E mentre suonavano le note di ‘When We Two Parted’ o ‘Summer’s Kiss’, chi nel pubblico non si è immedesimato in queste poetici inni al fallimento personale, alle debolezze umane, a quella caduta libera verso il fondo che prima cerchiamo timorosi di frenare, ma alla quale poi ci abbandoniamo riconoscendo i nostri peccati e finanche le nostre umane malignità, per dirlo con le parole di ‘Debonair’. E poi ‘I’m her Slave’ e ‘Miles iz Ded’ stupende, quasi commoventi per i ricordi che portano alla memoria di tutti noi. Bella anche l’esecuzione della neo incisa See don’t See, nella quale Dulli mostra una capacità non comune di entertainer anche senza chitarra e nel desueto di una musica diversa dal rock alternativo Sub Pop e Lovecrimes. Ma noi lo abbiamo sempre saputo che gli Afghan Whigs sono un grande gruppo, un po’ unici per la loro capacità di rappresentare con poeticità le sofferenze di quella generazione. E unici anche perché a differenza di tanti altri gruppi pure grandi, non sono voluti cadere nei ricatti del mondo discografico e hanno pubblicato solo 6 dischi, ma tutti memorabili. Insomma, lascio l’Estragon sinceramente toccato per avere assistito ad una di quelle che pure negli anni ’90 erano rare apparizioni europee del gruppo di Cincinnati, ritenendomi fortunato per esserci stato, in parte desideroso di avere l’occasione di rivederli, ma in fondo anche speranzoso che questo non accada, perché vorrebbe dire che Dulli e soci vivranno all’altezza delle aspettative e ci faranno ricordare gli Afghan Whigs come una tra le più importanti presenze del rock alternativo degli anni ’90, come un amico che ci ha accompagnato per mano nel nostro difficile percorso di crescita dai 20 ai 30, quando abbiamo tutti scoperto tante cose e soprattutto quello di cui siamo capaci, rimanendone spesso profondamente delusi.

21centurydigitalboy