The Afghan Whigs + Afterhours @ Atlantico Live [Roma, 7/Giugno/2012]

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Ragionamenti pre-concerto. Motivo principale per non andare: gli Afterhours sono entrati in una gigantesca spirale di sfiga. Analizzando i fatti hanno fatto uscire un disco chiamato ‘Padania’ e in poche settimane si è disintegrata la Lega Nord, sono venuti al primo maggio e la Rai ha fatto salire Manuel solo per disintegrare ‘Karma Police’, vanno a L’aquila a fare un concerto pre-tour per stare vicino a chi è stato colpito dal terremoto del 2009, e la notte stessa crolla mezza pianura padana, devono inaugurare il Rock in Roma e non si fa in tempo a montare il palco (scusa palese per metterli al chiuso per paura che arrivi l’uragano o più realisticamente meno biglietti del previsto nelle prevendite). Penso: se vado rischio, potrebbe implodere l’EUR. Motivo principale per andare: la reunion che attendevo da una vita, 13 anni fermi. Dischicheholetteralmenteconsumato: ‘BlackLove’, ’Gentleman’, ’Congregation’, ’1965’, una delle mie voci preferite di sempre. Devodevodevodevodevoandare. Che mi crollasse addosso il Colosseo quadrato. Vado.

Ore 19.30, fuori all’Atlantico ci sono i vigili che evitano la presenza dei parcheggiatori abusivi e accettano la presenza di quelli regolari che sempre 3 euro vogliono ma sono meno simpatici. Vengono fatti entrare prima quelli del fan club degli Afterhours, tutti con la stessa maglietta rossa con scritto “i’m with the band”, entrano, corrono, guadagnano la prima fila. In quella dei mortali m’accorgo che c’è gente da tutta Italia venuta non certo per Greggone e soci, visto che la stragrande maggioranza di quelli con cui scambio due parole non sa neanche chi cazzarola siano. E la cosa inizia a preoccuparmi. Entro e il pubblico che alle 20.30 circa ha raggiunto le 500 unità è composto maggiormente da giovanissimi, per molti di loro è il primo concerto degli Afterhours a quanto sento, io credo di aver superato quota 20 ma non me vanto, lo considero quasi un peso da pagare sull’altare del non poter essere sorpreso. Il tempo di sgomberare la mente dagli AfterhoursTuoChiuso! (non barate non avevate niente di incrociato, e non dite che se lo leggi non vale, vale solo se lo senti. Vale eccome!) e mi concetro su quello che sto per vedere… Ore 21.00 si spengono le luci e arrivano gli Afghan Whigs. Greg Dulli ha perso 10 chili dal concerto dell’anno scorso in supporto a ‘Dynamite Steps’ e sembra più giovane e più leggero anche di testa, ha accorciato i capelli ed è in sorprendente forma, non suona la Telecaster come nei tour degli anni ’90 con i compagni universitari di Cincinnati, ma imbraccia una Gibson ES 355, con la celebre cintura di sicurezza al posto della normale cinta per chitarra, ormai suo marchio di fabbrica. Rick McCollum che dal vivo non avevo mai visto, ha stile da vendere nonostante non sia più il capellone delle vecchie foto mentre John Curley invece sembra aver accusato meno il tempo passato, non è cambiato molto in questi 13 anni di stop e resta un autentico signore del basso. A completare la formazione il solido batterista Cully Symington al fianco di Dulli sia con i Twilight Singers che con i Gutter Twins.

Ore 21.01 è già partita ‘Crime Scene Part One’ e nel pomeriggio avevo pensato che oltre ad essere perfetta per aprire un disco (‘Black Love’) è anche perfetta per aprire un concerto… cerco altre facce amiche nella trepidazione mentre intorno trovo solo un deserto d’indifferenza di facce da “macchiccazzosoquestidatecelafterauarz” e a peggiorare la situazione l’impianto non rende per niente giustizia a questa canzone, non rende giustizia alla voce di Greg, ai cambi di volume sul ritornello, alle chitarre esce bene solo la batteria per il momento. Però chissenefrega! Urlo il ritornello e mi catapulto in quell’universo di mosse “dulliane” che fanno rock col soul intorno. Sicuro non grunge. Gli Afghan Whigs legano alla prima canzone ‘I’m her slave’ e quindi ‘Uptown Again’. Poi salutano e continuano a tirare fuori perle dei loro anni ’90 mentre Dulli dimostra cosa si può fare con una sola nota vocale e un falsetto usato bene in ‘When we two parted’ chiusa con una reinterpretazione nobile del rapper canadese Drake che cita con ‘Over my dead body’. Ma il frontman si diverte a “dullizzare” tormentoni pop come quando nel 2006 portava in tour con i Twilight Singers una rallentatissima cover di ‘Crazy’ dei Gnarls Barkley o ancora prima nel tour del 2004 aveva in scaletta un’urlatissima versione di ‘Hey Ya’ degli Outkast. Tornando a stasera è il momento di ‘Gentleman’ alcuni dei cuori deserti cominciano ad essere conquistati. E una seconda mezz’ora in costante crescendo. ‘Crazy’ (non la cover succitata, ma che sta in ‘1965’), ‘My Enemy’ tiratissima e potentissima, successivamente una cover di Marie “Queenie” Lyons ‘See and don’t see’ un classico del funky datato 1969 che viene de-funkyzatto e suona molto più intimo. La band l’ha registrata anche in studio, la si trova su loro sito ufficiale in download gratuito, ed è la prima registrazione della band da sei anni a questa parte (per il ‘Greatest Hits’ del 2006 c’erano stati degli inediti registrati all’epoca). Si riparte con Dulli che rimane al piano suonando ‘Love Crimes’ con tanto di violoncello e grande assolo di McCollum. Poi tre bombe rapide: ‘66’, ‘Debonair’ (cuori deserti conquistati definitivamente) e ‘Bulletproof’. Inaspettata ‘Milez iz ded’ traccia fantasma di ‘Congregation’ (una delle copertine più belle di sempre) e atterraggio morbido con ‘Into the Floor’.

Ore 2.30 del mattino. Tornato a casa m’accorgo che è la stessa scaletta della loro esibizione al Primavera Sound della scorsa settimana (si trova interamente in rete) e mi congratulo per aver resistito a non vederla prima di stasera per non rovinarmi niente. Anzi stasera ci sono stati due pezzi in più. Ore 22.00 Gli Afghan Whigs fanno ciaociao con la manina ed escono, solo un’ora, una marea di pezzi che speravo di sentire e mancano all’appello: su tutti ‘Summer’s kiss’. Però è vero che sono in grande spolvero come sentivo dire in giro in questi giorni da chi li aveva visti a Barcellona, a Milano o a Bologna. Vero anche il fatto che ho un debole per la voce di quest’uomo, anche quando gli impianti non gli rendono giustizia.

Ore 22.15. Un tizio si arrampica in cima al palco per togliere una palla a specchio, tipo quelle da discoteca. In molti immaginiamo gli Afterhours si stiano rifiutando di far montare il loro palco sotto una palla a specchio da discoteca. E poi con i precedenti era molto probabile cadesse durante il live. Ore 23.00. Manuel Agnelli piastratissimo, tiratissimo, attilatissimo e carichissimo. Ma i miei sguardi sono calamitati dal nanocazzutissimo Xabier Iriondo, ritorno benedetto in una formazione in declino che invece sembra aver trovato nuove e inaspettate energie, personalmente devo ancora capire se il loro nuovo disco è sperimentalismo senza senso oppure uno di quei progetti d’avanguardia in anticipo sugli anni a venire. Comunque come pensavo l’iniziale ‘Metamorfosi’ dal vivo ha le melodie di cantato molto semplificate rispetto al disco dove si concede di provare a fare il piccolo Demetrio Stratos (con le gigantesche dovute proporzioni, però diciamo ha quell’intenzione). Poi seguendo l’album arriva anche ‘Terra di nessuno’ con Xabier che si cimenta come trombettista. Per far esplodere i 3000 dell’Atlantico però serve ricorrere alla datata ‘La verità che ricordavo’ con tanto di vecchio numero del cavo microfonico fatto roteare stile ninja. Quindi ringraziamenti: “grazie per essere venuti in questo posto di merda”. (BOATO). Non avrei voluto essere il fonico in quell’istante. Poi un bel discorso, chiede ai romani di stare vicino al Teatro Valle e all’Angelo Mai che sono sotto attacco, che la cultura in questo paese versa in uno stato pietoso e quando ci ritroveremo senza posti dove suonare e senza cinema sarà colpa anche nostra, poi legge un passo di una riflessione di Paolo Borsellino sul perché sentiamo di rispettare le leggi. Visto anche il ricambio generazionale evidente del loro pubblico mi sembra una bella lettura suggerita. Si torna alla musica con ‘Male di miele’ (col pubblico di qualche tour fa qui succedeva il delirio, ora niente di particolare) e poi ancora nel disco nuovo per 4 pezzi tra cui ‘Padania’ che personalmente considero la vera perla di questo ultimo lavoro, quella che, comunque vadano le cose sopravviverà. Poi altri quattro di repertorio tra cui la sanremese ‘Il paese è reale’ annunciata dicendo: “Questa sarebbe bellissimo la cantaste voi”. Manuel, ma non ti stavano sulle palle quelli che cantavano durante i vostri concerti?. Si chiude la prima ora ancora con un’ultima parte dedicata a ‘Padania’.

E’ la prima data e sono carichi a pallettoni e si sente, Xabier è uno spettacolo, ha un carisma demoniaco, minutissimo eppure gigantesco, è bello anche solo vedere le chitarre che cambia in continuazione una più strana dell’altra (su tutte una lap steel con la tastiera obliqua in modo che si possa suonare in piedi invece che seduti). Roberto Dell’Era con meno mosse sceme ma con una camicia che lo mette di diritto nel suo periodo Marc Bolan. D’Erasmo validissimo polistrumentista (violino, piffero, chitarre, piano). E Ciccarelli a fare tanto lavoro di Telecaster. Il primo bis. ‘Tutto fa un po’ male’, poi l’atteso invito a Gregorio Dulli per ‘La vedova bianca/My Time (has come)’ – la canzone in questione ha il riff scritto da Dulli durante le registrazioni catanesi di ‘Ballate per piccole iene’ poi ripreso con i Twilight Singers – dove ora tornano buoni tutte e due i titoli a seconda delle strofe che canta Manuel e di quelle che canta Greg. Lunghissima e sempreverde ‘Bye Bye Bombay’ a chiudere. Il secondo bis. Piano e voce per ripartire con ‘Pelle’ nella versione che è in ‘Meet some freaks on route 66’ il disco che documenta il loro recente viaggio negli studi di registrazione americani, poi l’immancabile ‘Quello che non c’è’ e a sorpresa ‘Posso avere il tuo deserto’. Terzo Bis. “Ancora non ne avete abbastanza” ed ecco ancora Greg Dulli a duettare su ‘Voglio una pelle splendida’ come facevano nel tour del 2005. Si vogliono bene, si vede. Gliene vogliamo anche noi. Ore 01.10. Fuori fa freschetto. Ho la maglietta degli Afghan Whigs e un sorriso ebete. L’impianto si sentiva una merda. Il volume era troppo basso. Non ci sono stati cataclismi. E’ stata una bella serata. Speriamo sia una bella estate.

Giovanni Cerro

Setlist AW:

Crime scene part one
I’m her Slave
Uptown Again
Fountain and Fairfax
Going to town
When We Two Parted
Gentleman
Crazy
My Enemy
See and don’t see
Love Crimes
66
Debonair
Bulletproof
Miles iz ded
Into the Floor