The Acorn @ Init [Roma, 9/Novembre/2010]

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Non ho idea di che aria si respiri in Ontario e in Québec ma probabilmente la comunanza delle acque interne, la vicinanza ai Grandi Laghi, l’esuberanza di flora e fauna, l’indian summer e le foglie d’acero rosso fiammante, contribuiscono a creare uno scenario estremamente suggestivo e di certo a favorire l’ossigenazione. Saranno suggestioni scaldate da un esotismo romantico ma mi piace pensare che i luoghi abbiano un’influenza benefica sulla creatività dell’uomo. La fertilità creativa geolocalizzata. Questo per dire, assai più semplicemente, che il Canada ed in particolare gli stati appena menzionati, vantano un gran numero di realtà musicali che, in particolare nell’ultimo decennio, godono di un piazzamento assai alto nelle classifiche serie dei veri gourmand e anche nelle mie. Un motivo ci sarà.

I The Acorn ne sono un esempio ed è per questo che mi sbrigo ad andarli a vedere, in una serata a mollo nell’acqua acida della pioggia battente. Meglio, saremo in pochi. Meglio, trovo parcheggio. Ottimo, nessuno fuma. Ad aprire per “la ghianda” ci pensa il duo Snowblink da Toronto, una lei ed un lui che addolciscono l’aria con un folk “naturista” e selvatico, vicino però a quello proposto da tanti altri gruppi del ramo. In compenso poco o nulla, durante la loro esibizione, sembra essere più lontano dalla cviltà; i campanelli suonati all’improvviso da tre elementi del pubblico, le corna di cervo conficcate nella chitarra di Daniela Gesundheit, la sua voce trasparente e il volto serafico, creano un’atmosfera di letargico fluttuare. Il fatto è che i suoni, lo stile talvolta disadorno, le modulazioni, avanzano sulle stesse cromie, impedendo a questo composto di prendere altre forme. Ma è una caratteristica comune del genere e dei generi affini. Subito dopo è il turno di questi simpatici canadesi di Ottawa, a spasso per promuovere il loro terzo full-lenght album ‘No Ghost’, prodotto sotto l’egida di Bella Union. Ho rivolto solo un rapido ascolto agli ultimi due album dei The Acorn ma non aspetto altro che giunga il momento di ‘Restoration’ e ‘Crooked Legs’ e quando questo avviene, è una vera festa. All’insegna di un un indie folk vivace, strutturalmente dinamico e cordiale. Le percussioni talvolta campestri e scandite si fondono con più sperimentali strumenti della modernità, da brani più soft, essenziali, come ‘I made the low’ a più variegati scrapbooks sonori. Una band da segnalare per gli amanti del genere, a cui mi piace affiancare altri nomi tra i tanti come i conterranei Plants & Animals. L’album perfetto per viaggiare, per consumare un pasto in compagnia, per camminare. M agari dopo una mangiata di scivolosi gnocchi ai funghi e vongole e una bisunta carbonara. “Siete stanchi delle band nordamericane che vengono qui a dirvi quanto buono sia il cibo italiano?”, chiede  Rolf Klausener al pubblico, celebrando la nostra cucina e il caffè e gli gnocchi suoi e la carbonara del vicino bassista italo-canadese. Io direi no, almeno il cibo! Però Viva il Canada.

Marianna Notarangelo

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