The 1975 @ Blackout [Roma, 4/Marzo/2014]

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Tra le tante situazioni che pensavo di poter condividere con delle persone nate dopo la fine della psicosi per il Millennium Bug, certamente non c’era un concerto. Una corsa per prendere l’autobus forse, un film visto al cinema di pomeriggio, delle ripetizioni di inglese da me date e da loro ricevute, o persino di matematica, che fino al primo anno di liceo la so pure io, ma non un concerto. Mi sono approcciato ai The 1975, giovane quartetto di Manchester, quando di loro circolavano solo un paio di ep ed ho continuato a seguirne i passi con curiosità, fino a ritrovarli al primo posto nella classifica dei dischi più venduti in UK con l’omonimo album d’esordio. Da subito tenuti su un palmo da NME, criticabile in quanto a gusti, ma non per l’effettiva riuscita dei “suoi” artisti, la rivista musicale inglese ha contribuito alle loro fortune in maniera consistente, dandogli visibilità e creando hype. Nel frattempo non ero mai riuscito ad incrociarli live, nonostante le due capatine romane in cui avevano diviso il palco con gli Swim Deep ed i Two Door Cinema Club.

Così, dopo aver coperto le dodici uscite di G.R.A. che separano casa del recensore dalla location del concerto da recensire, si arriva al Blackout intorno alle 22. L’area concerti è già quasi del tutto gremita, ma al momento del nostro arrivo troviamo lo staff dei mancuniani intento a registrare strumenti e suoni, quindi decidiamo di dare un’occhiata all’esterno, per avere modo di lamentarci del freddo e prendere una boccata di nicotina prima dell’astinenza forzata. Nel giardino il nostro sguardo viene catturato da un gruppo di ragazze in abiti estivi. Viene spontaneo domandarci come diamine facciano a non tremare, fin quando non ci chiedono di accendere con british accent, svelando così la loro provenienza nordica e motivando la diversa percezione del freddo. Neanche il tempo di informarci sul loro esatto luogo d’origine – la curiosità non è solo femmina e anzi è proprio di fronte a femmine che tocca i suoi picchi massimi – che veniamo attirati all’interno della sala concerti da urla e strepiti assordanti. Principio di incendio? Crollo della scenografia? No, semplicemente i nineteenseventyfive sono saliti sul palco. Al centro della scena, tra il cantante ed il batterista, campeggia una cornice bianca alta quasi quanto il soffitto ed illuminata ad intermittenza che emula lo stesso simbolo apparso sulle cover di ognuna delle produzioni finora presentate dalla band, nonché su tutte le t-shirt vendute al banchetto del merch all’entrata, ad una cifra che non tiene conto dell’attuale situazione economica mondiale. Il brano che li ha svelati al grande pubblico è stato ‘The City’ e quello col quale si presentano sul palco sarà appunto lo stesso. Mentre cerchiamo di ascoltare per bene, dopo esserci assestati in una discreta posizione, ci rendiamo conto che le urla delle fan sono incessanti e restano assordanti anche durante l’esecuzione del primo pezzo. Restiamo sorpresi dall’età media dei presenti che risulta essere davvero molto bassa, almeno se a definirla è uno che tra qualche mese lascerà il decennio dei twenties. Ascoltando la produzione del quartetto e documentandoci su di loro ci era venuto il legittimo dubbio che sarebbero potuti diventare popstar, ma non che fossero concepiti come una vera e propria boy band. Questo ci causa spaesamento, almeno fino a quando continuiamo a sentire le grida che coprono in parte la musica, pompata altissima, come da precisa scelta, così come i volumi del microfono del cantante, con voce ultra riverberata. Decidiamo di uscire dalla calca delle prime file ed accomodarci in fondo, vicino al tecnico delle luci, un tizio che a giudicare dalla faccia sembra che stia facendo il lavoro più monotono del mondo. Ad ogni modo riusciamo a prendere le distanze da ciò che ci circonda e ci concentriamo sulla musica: sul palco il quartetto (voce, chitarra, basso, batteria) è disposto in maniera tradizionale, ma dà la netta impressione di essere fautore solo in mimima parte dei suoni che arrivano saturati e implementati alle orecchie dei presenti. Il primo contatto diretto con i fan ci sarà al termine del terzo brano, quando il frontman Matt Healy proferirà un semplice “Ciao Roma” che avrà effetti catastrofici sulle ragazzine delle prime file e di conseguenza sui nostri timpani che rischieranno la rottura, quando lo stesso Hearly deciderà di alleggerire il suo outfit togliendo uno strato al suo vestiario total black, restando a maniche corte. La prima parte della scaletta, escluso il brano di apertura, risulterà un po’ debole, mentre da ’Settle Down’ in poi il livello si alzerà, con l’esclusione del lento ‘Failing For You’, non così lungo, ma percepito davvero come interminabile. Altra interazione interessante col pubblico si avrà quando, intorno alla metà del set, il frontman comunicherà il nome della loro band ed il luogo di provenienza, prima di compiacersi ricordando che neanche un anno prima avevano suonato nello stesso posto per 7 persone. Tutto l’opposto di questa serata, in cui si è decisamente più vicini al sold out che al sold nothing. Gli ultimi brani eseguiti saranno semplicemente il meglio dell’intera serata: ‘You’ è il più intenso e forse più maturo, quello a cui ci piacerebbe che i The 1975 tendessero nel prossimo futuro, mentre ‘Girls’ è la più carica, quella cantata da tutti. Proprio al termine di questo brano Matt noterà tra le prime file un cartellone alzato da una fan e non esiterà a farselo recapitare per passarlo a sua volta ad un faccendiere, a tutti gli effetti quinto membro della band, che si trova a passare lì sul palco per risolvere qualche problema o srotolare qualche filo. La voce avrà anche il tempo di esporre una bandiera italiana con il nome della band scritto a caratteri cubitali ed in maniera davvero accurata. Dopo il bagno di folla, si ripartirà a spron battuto per gli ultimi tre brani: al termine di ‘Robbers’ anche il cantante raggiungerà il batterista nel “club dei petti nudi”, togliendosi la maglietta. Vi lasciamo immaginare i decibel raggiunti. I fan dimostreranno di conoscere bene la scaletta visto che prima di ‘Chocolate’ l’attesa si farà palpabile, tra brusii ed ululati, e si manifesterà con un oceano di telefonini a riprendere l’esecuzione live del loro brano preferito, o più probabilmente, lo schermo del telefonino di quello davanti. Prima di ‘Sex’, title track del secondo ep, riff di chitarra impetuosi e batteria potente, verrà annunciato che non ci saranno altre canzoni oltre questa, ma che torneranno molto presto. Nessuno protesta, come invece la prassi vorrebbe, e ci chiediamo se i super fan non abbiano capito la frase pronunciata in un seppur scolastico inglese o se abbiano perso l’udito a causa dello loro stesse urla. Al termine del brano i quattro del Northern England lanceranno le loro maglie alle fan in visibilio e saluteranno. Mentre usciremo a recuperare la macchina, stupiti per gli affari d’oro che sta facendo il tizio al banchetto del merch più che dalle maschere di Carnevale dei ragazzi in fila per entrare al Blackout, ci renderemo conto che il marciapiede pullula di adolescenti, evidentemente in attesa dei propri genitori. Un po’ li invidiamo e un po’ ironizziamo. Chissà se avranno ancora un filo di voce per raccontargli come è stato il concerto.

Andrea Lucarini