Thalia Zedek @ Circolo degli Artisti [Roma, 17/Ottobre/2008]

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La prima domanda è: “Ma come cazzo suonano questi?”. Affermazione che colpisce alla prima nota eruttata dagli amplificatori alle 22.30 di un Venerdì qualunque, di un Venerdì 17. Siamo pochi all’inizio, qualche unità in più saremo alla fine. Ma sono queste le serate che regalano le gioie più grandi. La gioia di assistere ad uno show di Thalia Zedek. Qui, signore e signori, siamo dinnanzi ad una delle più grandi interpreti della musica al femminile che la contraddittoria terra americana abbia germogliato nel dopo Patti Smith. Thalia Zedek guarda da vicino i cinquant’anni. Coi segni sulla pelle dell’eroina e dell’alto voltaggio. Oltre 25 anni di esperienze. Che iniziano all female con le White Women e le Dangerous Birds (la Sub Pop inserisce un loro singolo nei 100 personali all time). Quindi la fondazione della band Uzi. Quando il blues si infetta di punk sanguinando garage. Musica sporca. Musica con le occhiaie e i capelli spettinati. New York e i Live Skull (chiedete a PJ Harvey cosa hanno significato per la sua crescita omogeneizzata) fino ai Come divisi con il talento di Chris Brokaw. Ma dietro casa c’è l’eroina. C’è il buio. C’è il suo personale esorcismo. C’è nuovamente la sua città, Boston.

Quattro album solisti, l’ultimo dei quali rappresenta il capolavoro, la sua firma. ‘Liars And Prayers’ è nero e possente. Esplosivo e abrasivo al tempo stesso. E questo stasera è ciò che la Zedek tira fuori dal palco. Supportata da un quartetto eccellente – piano, batteria, basso e violino/tromba – l’artista americana incanta con il dono della sua voce. Una delle più belle ed evocative che mai mi sia capitato di udire da una bocca di donna. Nessun segno del tempo implacabile. Prendete Nick Cave ed il suo fuoco perpetuo, prendete il nichilismo lirico di Jeff Tweedy, prendete l’ombra della Smith, prendete in mano l’anima. Thalia Zedek in un’ora e un quarto comprime e racconta i suoi tormenti e la sua vita. Spinge e rende sbilenca la chitarra. Suona pastoso come se J Mascis fosse rimasto in camerino a massaggiarle le mani. Cerebrale. Intensa. Anche quando con poche parole sommesse introduce un brano e la sua Boston, presenta i fedeli musicisti e ringrazia. Siamo un po’ di più ora anche grazie ai curiosi. Esce per un bis. Con quel finale reiterato che manda l’estasi a farsi fottere. E quasi mezzanotte. La serata è fresca. Rigiro tra le mani il CD intonso appena acquistato. Quattro passi in solitudine. E l’ultima domanda: “Ma dove cazzo eravate?”.

Emanuele Tamagnini

4 COMMENTS

  1. eh, io mi sentivo male e me ne sono andata traballando dopo mezz’ora di concerto, però cazzo se erano energici,quella donna era meravigliosa, scarna e livida, bruciava il microfono.Autentici.

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