Testadeporcu + Squartet @ Sinister Noise Club [Roma, 26/Gennaio/2007]

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È la prima volta che entro al Sinister Noise. Devo ammettere che è un bel localino a parte le due colonne davanti al palco, ma a Roma i locali dove si può suonare sono veramente pochi, quindi va bene anche così. Durante la serata si esibiranno due tra i gruppi cardine del jazz-core (che vorrà dire poi ‘sta parola?) italiano: Testadeporcu da Bologna, e Squartet, il gruppo di casa. Aprono le danze i romani.

In questo caso la parola “danze” non è il solito eufemismo che si usa parlando di concerti. Ho scritto danze perché il gruppo romano è riuscito veramente a far scuotere il deretano al pubblico, anche alla mia ragazza solitamente dedita alla new wave! Sembra incredibile per una band del genere, ma se inserisci in un contesto fondamentalmente noise, ritmiche e assoli di chitarra che vengono direttamente dagli anni’40 di Django Reinhardt, e groove di batteria dispari ma in mid-tempo, il risultato non può che farti ballare, o al limite farti sbattere il piedino per terra. Anche il chitarrista, che solitamente suona seduto e senza tracolla, si alza in piedi con faccia visibilmente fomentata. Ma parliamo della faccia del chitarrista, perché essa è un’altra attrazione del gruppo, forse tra le principali, o almeno è stato il motivo che mi ha convinto ad andare per la prima volta ad un loro concerto sotto consiglio di un mio caro amico. Se vi capiterà di vederli dal vivo quello che dovrete fare durante gli assoli swing è guardare le smorfie del chitarrista, non vi fate distrarre dell’ipertecnica e dalla velocità delle sue dita, guardate le smorfie sul suo viso. Non voglio anticiparvi nulla per non togliervi il divertimento! Ovviamente non tutti i pezzi erano ballerecci; gli Squartet, come la maggior parte dei gruppi di questa scena, sono caratterizzati da parti noise nonché decine di stop’n’go che su disco possono andare bene, ma dal vivo fanno calare un po’ l’attenzione. L’esibizione è stata veramente divertente, ancora più di quanto mi aspettassi, così dopo uno scambio di insulti in amicizia tra il bassista e il chitarrista, e dopo il consueto bis, il gruppo lascia il palco in favore dei Testadeporcu.

Nome ostico per un gruppo altrettanto ostico. L’attitudine swing della band precedente viene di colpo sostituita con quella hardcore, complice anche la distorsione del basso e la presenza del doppio pedale. Le canzoni, se di canzoni si può parlare in questo contesto, sono molto brevi e rumorosissime, ma soprattutto non vi è presenza di alcun tipo di melodia in tutto il set. La voce del bassista sembra quella di un barbone eroinomane pescato alla stazione Termini, il doppio pedale frulla in continuazione, le partiture di basso si alternano tra accordi acidissimi e slap velocissimi. Nel complesso mi ricordano la crudezza dell’hardcore italiano degli anni ’80, Raw Power e Indigesti tanto per intenderci, ma con un batterista tecnico e creativo. Forse è per questo che sono riusciti a coinvolgermi. Anche il pubblico sembra aver apprezzato l’esibizione, soprattutto il bis. Eh si perché bisogna essere ospitali con i gruppi forestieri, a maggior ragione se ti hanno divertito, ed è qui che la loro demenzialità si palesa alle nostre orecchie con un pezzo noise della durata di 5 secondi scarsi, nel quale il bassista/cantante non fa che urlare fonemi probabilmente inesistenti nell’italico idioma. Tanto per capirci, è stato una strizzatina d’occhio al grind-core più marcio.

Questo concerto è stata l’ennesima prova che per trovare musica buona non bisogna andare per forza a cercare all’estero, e forse neanche fuori dalla propria città. Basta solo uscire di casa e andare ad uno qualsiasi dei concerti organizzati ogni giorno a Roma. È finita l’era delle “grandi avanguardie newyorkesi”. John Zorn, hai le ore contate.

Andrea Di Fabio

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