Terry Riley + Matmos + Alter Ego @ Auditorium [Roma, 2/Novembre/2006]

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[premessa formale]
L’Auditorium romano, proseguendo il suo ormai tradizionale percorso esplorativo nel desueto universo della contaminazione tra accademia, elettronica e (diciamo) “contemporanea colta”, ha proposto nell’ambito del Roma Europa Festival 2006 un evento che, anche solo per i nomi scritti sulla carta filigranata del biglietto, meritava senz’altro la nostra attenzione: sullo stesso palco Terry Riley (uno dei padri fondatori del Movimento Minimalista americano), i Matmos (il duo elettronico californiano consacrato alla fama dalla collaborazione con Björk per “Vespertine”) e il gruppo Alter Ego (ensemble cameristico capitolino, specializzato nell’interpretazione della musica colta del XX secolo). Accanto a loro, anche il celebre contrabbassista maceratese Stefano Scodanibbio.

[realtà sostanziale]
Si sa, poggiare le terga stanche dopo una dura giornata di lavoro sulle austere poltroncine dell’Auditorium comporta dei pericoli notevoli. Narcosi, smania, desiderio di fuggire/urlare e incontenibili attacchi bulimici sono all’ordine del giorno nelle cronache del tempio della musica avente la forma – acusticamente meravigliosa – di carapace e/o ventre di insetto. Il famigerato maldiculo che, passata la prima ora di qualunque concerto, colpisce tutti gli spettatori presenti nella sala principale è, peraltro, l’inevitabile conseguenza (ormai nota) di una postura innaturale: i perversi architetti, artefici del prodigioso edificio, hanno infatti considerato tale tortura un compromesso accettabile onde poter asserragliare ben 2700 persone sulle malefiche dolorosissime seggiole vellutate, accatastate sotto la maestosa volta lignea. Tuttavia, dopo la dura militanza autoimpostaci, tali pericoli si riducono, per noi appassionati, a semplici rischi calcolati.

[“Signori e signore, stiamo per punirvi con tre ore di m.i.n.i.m.a.l.i.s.m.o.”]
La performance si apre con la composizione “The Slaving Wheel Of Meat Conception”, una rielaborazione cameristica di “Keyboard Studies” (un manifesto del minimalismo musicale degli anni ’60) appositamente concepita da Riley per l’evento. Sullo sfondo scorre un’interessante video-sequenza di fotografie di banali oggetti circolari, l’una dissolvendosi nell’altra in un moto di incessante allontanamento dallo spettatore (immagini curate dagli stessi Matmos). La partitura si sviluppa su una struttura minimalista, ma procede in modo inaspettatamente episodico. Si alternano momenti ed umori diversi, allundendo a tratti persino al jazz. Il carattere variegato della composizione ed il saltuario protagonismo delle voci elettroniche la rende estremamente godibile. Dopo una pausa di una ventina di minuti, il palco si ripopola per la seconda parte del concerto. E qui il gioco comincia a farsi duro, con l’esecuzione di una celeberrima pietra miliare del (vero) minimalismo: “In C”, composta nel 1964 per “qualunque strumento”. Un suono monocorde e reiterativo, fatto di ossessive tessiture armoniche in continuo divenire e sfumare, si sviluppa nell’incessante movimento sinusoidale creato da variazioni dinamiche simili ad onde oceaniche, o a profondi respiri. Un flusso incessante e magmatico, una vibrante tessitura di suono creata dallo studiato dialogo – quasi impercettibile – tra i vari strumenti, che suggerisce infine la presenza di una massa bluastra che affonda e riemerge nelle volute aeree della sala. La potenza concettuale della prolissa composizione è innegabile, facendoci deporre per un giudizio di maggiore pregnanza per questa seconda parte dell’esibizione rispetto alla prima, sebbene più divertente e fruibile. Si accendono le luci: siamo provati dalla durata del concerto ma del tutto soddisfatti del suo contenuto (non mancano però sporadiche voci di annoiato dissenso serpeggianti nella folla rapidamente dispersa da inespressivi commessi in giacca nera). Una sola critica deve essere mossa, in modo generalizzato, a questo ed altri eventi similari che, nel nobile tentativo di conciliare i mondi lontani dell’elettronica e dell’accademia, si risolvono spesso in un connubio forzato e sterile. L’accostamento è risultato, infatti, per lo più formale, con gli elementi elettronici dei Matmos sottodimensionati e ridotti a meri suppellettili in sottotraccia, ovvero messi in risalto solamente in sporadiche sortite o segmenti nettamente separati dalle preponderanti fasi cameristiche. Quello che invece è mancato (e manca quasi sempre, in eventi di questo tipo) è un vero e proprio interplay tra gli strumenti elettronici e quelli acustici.

Alessandro Bonanni

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