Temples @ Circolo Magnolia [Milano, 24/Novembre/2019]

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A meno di due mesi dalla pubblicazione di “Hot Motion”, i Temples sono arrivati in Italia per due date del tour a supporto dell’ultima fatica discografica, in un fine settimana terribilmente novembrino. Dopo la tappa bolognese, James Edward Bagshaw e soci sono passati dal Circolo Magnolia, nella periferia milanese, dove un pubblico sinceramente non troppo numeroso ha sfidato la pioggia (e la domenica) per il concerto di una delle band più in vista nell’affollato e frastagliato panorama (neo)psichedelico contemporaneo. I Temples si sono presentati sul palco puntuali, con una nuova formazione che vede Rens Ottink alla batteria dopo l’abbandono di Samuel Toms, portando sul palco la solita estetica un po’ glam anni settanta e un sound altrettanto influenzato da quegli anni. Poche parole e tanta musica, il concerto è stato inaugurato dal suono pieno e muscolare di “The Howl” ed è proseguito con quello più sintetico di “Certainty”, l’unico superstite di “Volcano”, il secondo album della band di Kettering, insieme alla zuccherosa “Oh The Saviour”, stipata al centro di una scaletta in cui hanno trovato ampio spazio “Hot Motion” e l’acclamata opera prima, “Sun Structures”. Ma se sul valore di quest’ultimo non c’erano affatto dubbi, “Hot Motion” non ha saputo scaldare i cuori allo stesso modo e ha finito col dividere un po’ la stampa di settore e i fan di vecchia data. È anche per questo che attendevamo l’esame live con grande ansia per poter esprimere un giudizio più completo sull’album e le sensazioni, in tal senso, sono state indubbiamente positive: la resa dal vivo, pur senza regalare picchi clamorosi, si è mantenuta costantemente su buonissimi livelli e non ha mai concesso cali d’attenzione. Quel profluvio di suoni lisergici, di melodie caramellate e di effetti dosati sempre con cura, è parso esaltarsi anche grazie a un’acustica pressoché impeccabile, con suoni estremamente limpidi, e così le varie “Holy Horses”, “Context”, “The Beam” e “You’re Either On Something” si sono leggermente levigate e caricate di una forza espressiva anche maggiore rispetto alla versione studio. La chiosa, poi, ha fatto il resto, con una folgorante tripletta composta da “Atomise”, l’allucinata “Shelter Song” e, in reprise, anche l’irresistibile ipnosi di “Mesmerise”, inevitabilmente dilatate da assoli e immerse in un’atmosfera degna di una jam. I Temples sono riusciti, senza dover nemmeno strafare, a spazzare via lo scetticismo di chi non era riuscito a entusiasmarsi con le ultime due uscite discografiche e si sono confermati fra gli interpreti più autorevoli del genere.

Piergiuseppe Lippolis

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