Temples @ Botanique [Bruxelles, 31/Marzo/2014]

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Ritrovarsi tra le band preferite di Noel Gallagher e Johnny Marr non è da tutti. È ciò che è capitato ai Temples, quattro giovanotti di Kettering, Northamptonshire, prima ancora di pubblicare un album. I singoli d’esordio ‘Shelter Song’ e ‘Colours To Life’ avevano creato il consueto hype intorno ad una proposta che sapeva di “manuale breve sulla psichedelia degli ultimi 50 anni”, inserendosi di buon diritto in quel panorama “post-indie” portato alla ribalta dai Tame Impala. L’uscita del debutto ‘Sun Structures’ ha diviso la critica tra chi ne osanna le capacità di scrittura e chi li considera troppo derivativi e del tutto passabili. Probabilmente la verità sta nel mezzo, come al solito. Chi scrive, tuttavia, preferisce porsi tra i primi, riconoscendo alla band innegabili qualità di composizione e di sintesi che rendono l’esordio degli inglesi un disco coinvolgente, ricco, curato ed incredibilmente catchy, intelligente nel non celare le innumerevoli fonti di ispirazione ma capace al contempo di suonare fresco e inappuntabile nel suo gusto retromaniaco.

Casualità vuole che ci troviamo a Bruxelles proprio il giorno in cui James Edward Bagshaw e sodali si esibiscono nell’unica data belga del tour di presentazione del debutto (il passaggio in Italia sarà a luglio in occasione di Unaltrofestival a Bologna e Milano). La location è l’incredibile Botanique. Situato a pochi passi dalla Gare du Nord, il complesso è ricavato all’interno del bellissimo Giardino Botanico di Bruxelles: una scalinata monumentale – su cui in tanti prima del concerto si siedono a godersi una meravigliosa giornata primaverile – conduce agli edifici dove si tengono le esibizioni. Ai Temples spetta la Salle de l’Orangerie, il cui largo e alto palco garantisce ottima visibilità a tutti gli astanti. Luci blu giustamente psichedeliche ci accolgono al nostro ingresso in una sala particolarmente gremita (sold-out sfiorato per una manciata di biglietti). Raggiungiamo con facilità la seconda fila. A differenza dei costumi italiani, in Belgio i concerti cominciano presto, quando a Roma saremmo ancora in orario aperitivo. Alle 20.15 quindi, accompagnati da una intro di retaggio Sixties, salgono in cattedra i quattro di Kettering: oltre al cantante/chitarrista succitato, il bassista Thomas Edison Warmsley, il batterista Sam Toms e il sempre sorridente Adam Smith ad alternarsi tra chitarre e synth. Si parte con l’ariosa e pinkfloydiana ‘Colours To Life’, uno dei primi brani ad essere emersi dall’universo Temples, caratterizzata da acide chitarre jingle-jangle. I suoni si presentano sin da subito meravigliosamente bilanciati, garantendo una perfetta fruibilità nell’intero arco del concerto. Segue dunque ‘Prisms’, B-side del primo singolo ‘Shelter Song’, a testimonianza della qualità degli episodi minori sinora composti dagli inglesi. Ciò che colpisce immediatamente è la meravigliosa efficacia dei ritornelli della band, sui quali Smith e Warmsley contribuiscono ad arricchire con le proprie voci quella di Bagshaw. Tocca quindi alla title-track dell’esordio, un pezzo spumeggiante e oniricamente potente nel suo incedere orientaleggiante (l’anima brit dei Kula Shaker sostiene le influenze dei Beatles più tardi). Si vola. Il frontman ringrazia il pubblico belga azzardando qualche “merci” e presenta ‘A Question Isn’t Answered’, accolta dal battito di mani della folla che sostiene i vocalizzi della band prima che il riff hard-psych ci conduca per i lidi dilatati disegnati dalle tastiere di Smith. Reclamata a gran voce dal pubblico arriva anche un’ammiccante ‘The Golden Throne’, a cui succede un’altra azzeccata b-side (stavolta di ‘Colours To Life’), ‘Ankh’, con il basso di Warmsley protagonista e stupende melodie di synth. ‘Move With The Season’ rappresenta il lato più esotico della psichedelia dei Temples, mentre ‘Keep In The Dark’ quello più glam e scanzonato, esaltato dagli applausi a tempo del pubblico. L’intrigantemente beatlesiana ‘Mesmerise’, un altro esempio di come i quattro inglesi riescano a scrivere ritornelli che non lasciano indifferenti, ci conduce verso la chiusura del concerto, affidata a ‘Sand Dance’, composizione più nervosa e oscura, su cui Bagshaw sfoggia una 12 corde. L’uscita di scena tra gli applausi del pubblico è solo temporanea, la band torna per eseguire il pezzo da cui la propria breve epopea ha avuto inizio, ‘Shelter Song’. Tra i ringraziamenti i Temples abbandonano definitivamente la scena, mentre il banchetto del merchandise è letteralmente preso d’assalto: in cinque minuti vinili, musicassette e CD andranno esauriti (rimedieremo il giorno al negozio Caroline Music, il migliore di Bruxelles). Alle 21.25 è tutto finito e fa strano risvegliarsi così presto, abituato agli orari romani. I Temples hanno mostrato di quanta sostanza sono fatti rivelandosi una live-band di tutto rispetto, forte di ottima presenza scenica, e lasciando emergere dietro agli inebrianti (pro)fumi pop una ricchissima e speziata portata psichedelica che si lascia gustare con ingordigia. Il presente è roseo, cosa ne sarà del futuro dei ragazzi di Kettering non è dato sapere, ma probabilmente il prossimo tour potrebbe necessitare venue più grandi.

Livio Ghilardi