Television Personalities @ Circolo degli Artisti [Roma, 27/Novembre/2008]

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Sulle prime ero spiazzato. E questi vecchietti chi cazzo sono? Dei fuoriusciti della Domenica dall’english pub d’angolo che suonano un tributo ai Television Personalities. Già stonati. Già stufi marci di imbracciare gli strumenti, figuriamoci di maltrattarli come si deve. E poi quel clochard che oggi va di moda chiamarli clochard che non ne azzecca una, cogli abiti stazzonati, i pantaloni sformati e un orrendo zuccotto con visiera calcato in testa. Che canta svogliato, fuori dal microfono. E pure quando lo centra tira fuori note alcoliche e approssimate. Da restare paralizzati sulla porta. E io ch’ero rimasto fermo ai ghirigori post-psichedelici dei primi punx a tempo parziale. Succube dell’equazione Dan Treacy uguale Syd Barrett degli anni ’80, quelli buoni. Fulminato sulla via di ‘And Don’t The Kids Just Love It’.  Mi sono perso qualcosa. Oppure qualcosa per strada se lo sono persi loro.

Mi ci vuole un minuto per individuare ‘Silly Girl’. E un altro per riconoscere una cover di ‘All Tomorrow’s Parties’. Ma le cose cambiano, si sa. Si stava meglio quando si stava peggio. C’è chi dopo trent’anni continua a tracciarsi gli occhi di nero, chi a vestirsi da pagliaccio. C’è chi muore e entra nel mito. E poi chi ci entra da vivo e allora fa quel cazzo che vuole, che tanto il culo ce l’ha parato comunque. Spesso ai primi capolavori punk non ne seguono altri. Veloce come una meteora, qualcuno fa la rivoluzione e muore. O meglio traccia una scia, lattiginosa ma perenne, a illuminare la strada dei nuovi adepti profani di casa. Ma meglio realisti che idioti: questo è il duezerozerootto. Dan Treacy, per quanto si sprema e strugga dal rimpianto, non è più un ragazzo. E stasera i ruoli sono tristemente invertiti: i padri suonano punk (a casaccio) e i figli ascoltano di sbieco. Malgrado un paio di punte nel secondo tempo, il concerto non si risolleva. Treacy è orgoglioso, narcisista, fortemente disilluso e manca di tecnica proprio come i suoi coetanei degli anni settanta. Prende a sbeffeggiare uno del pubblico, uno dei figli, che non si scoraggia e risponde a tono. Ironia al vetriolo, certo, ma di quella vicina alla rissosità verbale e oltre. Gli altri tre, che poi i primi compagni d’armi non ci sono più da secoli, gli altri tre giocano un ruolo sui generis. Badano più a Treacy che alla platea. Il chitarrista-in-carne tende con evidente impaccio una banconota al ragazzo del diverbio, e lo manda a prendere da bere. ‘No, it’s not for me. It’s for Dan’. Siamo in chiusura. Alla malandrina tirano fuori uno dei loro gioielli, ‘Where The Rainbows Ends’. E quando attaccano con ‘Geoffrey Ingram’, c’è qualcosa di diverso nell’aria. Treacy redivivo dai camerini mostra la sua copia dell’autobiografia di Julian Cope. Dopo aver ritrovato, per una decina di minuti, un po’ di grinta anche nel cantare. Anzi ora si piega a stringere mani. E tira fuori a tratti pure una macchia di sorriso. Ma certo. Si tratta solo di una distorsione temporale. Qualcuno lassù ha tirato male le leve. È uno scherzo del padreterno, punk’s not dead, e cosìssia.

Filippo Bizzaglia

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