Teho Teardo & Blixa Bargeld @ Teatro Quirinetta [Roma, 4/Maggio/2016]

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Il background da linguista mi tradisce. Così come la scarsa fantasia, forse. Sta di fatto che, non appena trovato l’incipit giusto (la cosa più difficile) sostenendo come Blixa Bargeld possa vantarsi sicuramente di essere stato il primo a inserire la frase “le gambe mi fanno giacomo giacomo” all’interno di un brano, ecco saltare fuori dalla mia prima recensione di questa premiata coppia il medesimo concetto. Invecchiato di tre anni e male. Mentre invecchiano bene Teho Teardo & Blixa Bargeld, di ritorno dal vivo a tre anni, appunto, di distanza dal live nel fu Circolo degli Artisti (ne parlavamo qui). Che la formula funzioni ancora lo dimostrano l’EP e i due album sulla lunga distanza prodotti insieme, ultimo dei quali questo ‘Nerissimo’ che la coppia sta portando in tour in questi giorni. D’altra parte, Teardo non è nuovo alle collaborazioni più insolite: dopo l’esperienza in seno ai Meathead, il pordenonese ha trovato la propria dimensione ideale nella musica per film, scrivendo per Sorrentino, Incerti, Chiesa e Salvatores, e non ha smesso al contempo di alimentare la propria voglia di sperimentare con musicisti dalle esperienze più disparate: Cop Shoot Cop, Lydia Lunch, Scott McCloud ed Erik Friedlander, per citarne alcuni. Su Bargeld c’è poco da dire: non bastasse la sua biografia, della fama e dell’affetto conquistati in Italia sono testimoni le reazioni del pubblico, estatico di fronte alla performance dell’artista berlinese. I riflettori sono puntati su di lui stasera, e meritatamente ma, oltre che al socio friulano, reato sarebbe non spendere parole di elogio per la brava violoncellista, Martina Bertoni, autentico motore di tutta l’esibizione, nonché direttrice d’orchestra per tutta la seconda parte del live, arricchito dalla presenza di un bel quartetto d’archi. Alla fine, ‘Nerissimo’ e ‘Still Smiling’, prima fatica discografica del duo, ricevono pari trattamento e anche il debutto viene adeguatamente rappresentato stasera. Il secondo album è un gran segreto per le piattaforme di sharing, e infatti mi consegno al concerto quasi con l’ingenuità del neofita. Mi si accende la lampadina solo quando la formazione esegue ‘The Beast’, unico singolo condiviso di un disco altrimenti blindato. Il violoncello della Bertoni scandisce il ritmo passando in loop dei tocchi netti e precisi di archetto sulle corde, per poi distendersi sul brano con lunghe e sontuose volute. Un ottimo brano, non lontano dalle dinamiche più orecchiabili degli Einsturzende: sostituite al violoncello un qualche tipo di strumento a percussione improbabile e arriviamo da quelle parti. C’è persino uno dei proverbiali gridi d’aquila di Blixa a rammentare l’evidente.

Come prevedibile, una parte del live è appannaggio delle “macchine”, responsabili nel bene e nel male della pienezza del suono, impossibile da restituire altrimenti dal vivo. Dico nel male perché non mancano purtroppo intoppi. Bargeld mette in campo un’improbabile vena cabarettistica, raccontando una barzelletta per ingannare il tempo con il trasporto di un animatore turistico triste, non nascondendo affatto una certa irritazione. Della sua stizza finirà vittima anche la povera Bertoni, bersaglio di un perentorio “Stop playing!”, mentre in qualche modo si cerca di far uscire il suono dalle casse spia. Più in là si dimenticherà anche di presentarla al pubblico: Freud c’avrebbe scritto un’opera in più volumi. Di lì a poco torna però il sereno e, al terzo brano, arriva quello che si può già considerare il “classico” della band: ‘Mi Scusi’ è un pezzo bizzarro e magnetico allo stesso tempo, capace di far sorridere e incantare. E “l’accento, quello no, non se ne va”. Un’atmosfera plumbea pervade la scena; è scontato solo in parte usare l’aggettivo “teutonica”. La solennità del violoncello scandisce d’altronde ogni momento, gli intrecci di archi enfatizzano l’incastro ardito ma funzionale con l’elettronica e la chitarra di Teardo, gli elementi meno classici dell’esibizione. Infatti, non di rado sembra di rivivere alcuni dei frangenti più austeri di un disco come ‘Linea Gotica’ dei C.S.I. Spiccano e si fanno ricordare i momenti che più deragliano dall’umore predominante dell’esibizione, come durante ‘Axolotl’, vibrante di un’irruenza genuina, o in ‘What If …?’, romantica e malinconica. Non manca tempo per momenti più ironici, come in ‘Defenestrazioni’, ottima per chiudere i giochi, anche se i cori finti dal vivo fanno un effetto un po’ spiazzante e non del tutto riuscito. Immancabile poi la cover di ‘Soli Si Muore’, brano di grande successo di Patrick Samson, versione italiana di ‘Crimson and Clover’ di Tommy James and the Shondells. Live di grande intensità, manierista il giusto, a piccoli tratti monotono, ma che conferma la bontà di questo progetto che, se saprà spiccare il volo verso lidi più esotici e imprevedibili, sarà in grado di regalarci ancora molti momenti preziosi.

Eugenio Zazzara

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