Teho Teardo & Blixa Bargeld @ Locomotiv [Bologna, 5/Maggio/2016]

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Un vecchio archeologo sotto il sole mediterraneo. Vestito di lino bianco. Pronto a trafugare tesori che finiranno al Pergamon. Oppure un signorotto fiammingo. Circondato di pellicce e monete. Seduto al suo studio. In placida lettura. O ancora un oste dai lineamenti appesantiti, in chiacchiera al bancone col compare macellaio, scivolato fuori da una pagina di Brecht. Oppure. Oppure. Oppure Blixa. Semplicemente. E figurati se nelle vite precedenti non è stato queste e mille altre maschere, Herr Bargeld. Già Christian Emmerich, per dire, chi se lo ricorda più? E non me ne voglia il pur bravo ed efficiente Teho Teardo, non a caso eccellente autore di colonne sonore. I miei occhi sono rapiti altrove. Fissi sullo schermo. E questa sera la storia scorre sul volto del Berlinese. Senza possibilità di distrazione. Rosso il sipario del Locomotiv. Rosse le pareti della sala. Bruno il sangue che serpeggia denso di pece e attesa sui polsi, intorno le caviglie del numeroso, caloroso pubblico convenuto. Palco svelato in fine, abbagliato di candida luce. Un paio di minuti di silenziosa sospensione, bella e surreale, prima che i due titolari, un quintetto d’archi e un clarinettista guadagnino posizione. Molte delle canzoni del primo album ‘Still Life’, del recentissimo ‘Nerissimo’ e dell’intermezzo ‘Spring’, EP a cui sono personalmente davvero legato, prenderanno corpo lungo la serata. Una serata primitiva e raffinata, popolare e snob, in grado di servire sullo stesso piatto libbre di carne e nervi degne di un mercanteggio veneziano e sopracciglia alzate in ennui di metropolitana sufficienza come contorno. Guten appetit. E questo non tanto per volontà, quanto per vocazione e naturale inclinazione. Bargeld è la quintessenza di un certo tipo di teutonicità. E la cosa emerge, distintamente, ovunque. Nella postura. Nei gesti. Negli sguardi. Nei sospiri, nelle caverne, nei rasoi vocali. Nel gelo dell’ironia cialtrona e al contempo spietatamente giudicante. Scopriamo così di un tentato furto subito in autogrill. Di un guasto all’auto. Di alcuni banali problemi tecnici on stage. Il tutto affrontato con rassegnato, puntuto sarcasmo. It’s nice to be here ghigna al pubblico tricolore. Chissà quanti colgono il sottotesto. Ma glielo perdoniamo. Perché la saga di ‘Ulgæ’ è realmente brillante. ‘Nerissimo’, proposta in principio ed appendice nelle due versioni italiana e inglese, è davvero un cromatismo cangiante in forma e sostanza. ‘The Beast’ specchio fondo e impietoso della propria e altrui natura. ‘Still Smiling’ riflesso di quello stesso specchio, trucco clownesco che cola sul viso. Altre melanconiche e autunnali dissertazioni cromatiche in ‘What if’. ’A quiet life’  sonno clinico e dolce del non ritorno. E i paesaggi del nuovo album non mutano troppo sentiero. Ci sono tanti vascelli che bruciano e affondano. Tanti spettri che si allargano nei cieli. Tanta bellezza mortificata, eppur viva e sempre, sempre necessaria. Pennellate di vetro verde e scuro. Spirali di resina e tempo. Si sorride e alleggerisce anche, in un certo qual modo, con ‘Mi scusi’, ‘Come up and see me’. E chiaramente, sì, con ‘Soli si muore’. Ma il mio cuore batte più lento, caldo e contento quando arriva la ruota di ‘Nirgendheim’, o il salmastro rollìo di ‘Empty boat’ di Veloso. Chiudo gli occhi e mi arrendo volentieri alla grande promessa d’amore scritta per la moglie di ‘Ich bin dabei’ (‘I wrote this song because the german winter is too dark for her…’) e alla chiusura dell’ultimo bis, affidata a ‘Defenestrazioni’. Fu il primissimo brano che sentii quando uscì l’album d’esordio, su consiglio di un caro amico che viveva nella capitale tedesca. Mi convinse istantaneamente. Trovo magnifico sia la stessa canzone a salutarmi, stasera. E a risucchiare tutto con sé.

Fin qui, il cuore. Azzardo ora alcune considerazioni, un poco meno meno romantiche e più analitiche. Il connubio Teardo / Bargeld ha licenziato due album e un ep importanti, perfetti su vinile, in grado di creare un canone raffinato, originale, fruibile e di sostanza. Il cantato in tedesco, italiano ed inglese vince sempre per aliene, peculiari e complementari caratteristiche. La produzione musicale fa della sottrazione e dell’onirico un’arma elegante che seduce, suggerisce a mente e sangue in mosse brevi ed efficaci. Sarebbe interessante, dal vivo, un utilizzo più sostanziale degli archi (dal momento che ci sono) rispetto alle sequenze registrate, in addizione alle belle ritmiche sintetiche e alle parti suonate da Teardo. Aumenterebbe forse ancora di più il calore e l’aspetto meditativo di testi e argomenti che già filtrano, scintillanti e alti, tra gli interstizi del nerissimo che, non dimentichiamo, è tale solo perché scrigno dell’intero bagliore di questo raro, prezioso progetto. Ma son dettagli, in fondo. Teardo e Bargeld hanno le chiavi di una stanza magnifica. Circo, atelier, biblioteca, sanatorio, teatrino, laboratorio. Penzolano ora dalla cintura, ora dal saio. Decidete voi. Ma non esitate sulla soglia.

Giuseppe Righini

Foto dell’autore