Tears For Fears @ Auditorium [Roma, 9/Luglio/2019]

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E poco importa se Roland Orzabal somiglia un po’ al nostro Umberto Tozzi. Poco importa se il giovane mondo di oggi è pieno di sterili detrattori su quella decade e su gruppi come i Tears For Fears. Poco importa. Personalmente ho vissuto quei primi anni ’80 da adolescente (proprio come il nostro caro “direttore” di queste pagine) e ho dunque sentito il dovere prima che il bisogno di tornare a scrivere qualcosa. Qualcosa pensando anche “all’appartenenza”. Ma non temete, non vi state per imbattere in lunghe introduzioni sociologiche sull’amata decade, tantomeno non troverete filippiche e filosofeggiamenti su quella band piuttosto che su quell’altra. La storia – per fortuna – è già stata scritta, a lettere maiuscole e in bello stile calligrafico. E il colpo d’occhio quasi paesaggistico panoramico della Cavea conferma quanto appena detto. I Tears For Fears e Roma. Un abbraccio che mancava da troppo tempo. “Buonasera amici di Roma” e il calore non si fa attendere. Quasi febbrile lo stato che mi circonda. Novanta minuti di show per aggiornare la nostalgia sempre più padrona dell’avanzare del tempo, dell’età. Quindici brani (quattordici se escludiamo la cover classica ‘Creep’ griffata Radiohead che eseguono praticamente da almeno 25 anni) che scavano fin nel profondo dell’anima, ricordi su ricordi, amore e malinconia, quelle mattine mentre andavo a scuola, la Video Music con la M gigante, i bigliettini lasciati a Marco e ai suoi occhi azzurri. E ‘Songs from the Big Chair’ a girare vorticosamente in testa. E non me ne vogliano i fan più oltranzisti ma per chi scrive la produzione Orzabal/Smith da salvare nell’isola deserta che non c’è rimane certamente quella dei primi tre dischi. Vogliate dispensarmi dai due lavori degli anni ’90 (si qualche bel singoletto…) e da quello della rentrée del 2004. Ecco perchè il voto non raffigura le 5 stelle piene. Dettagli certo, ma ho troppa cura, sono troppo gelosa del vissuto di quella giovinezza, di quella purezza. Intoccabile. E allora ‘Suffer the Children’ piuttosto che ‘Break it Down Again’ giusto per fare un esempio. Il pubblico accompagna dall’inizio alla fine e il concerto – come un oliato greatest hits assemblato da professionisti del mestiere – si fa piacere, si fa godere, si fa cantare. Potremmo discutere sulla scaletta ma a cosa servirebbe? I Tears For Fears hanno solo la missione che non è ambizione di (ri)portare alla luce l’essenza di quello che realmente furono (non avendo più velleità di scrittura contemporanea). Quello che furono ancora adolescenti a Bath, nei primordiali Neon (con futuri Naked Eyes), pieni di interesse verso le terapie di Janov, immersi nel 1981 indicato come ufficiale start. ‘Shout’ infine, come pietra miliare a salutare l’eternità ferita di una città che fortunatamente non ha mai dimenticato come si ama.

Silvia Testa