Taxi + Momo Lamana + Cokerocket @ Traffic [Roma, 3/Febbraio/2007]

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Di cosa è fatto il rock’n’roll? Di tre accordi e di una batteria pestona diranno i più, poco consapevoli del fatto che, a parità di ingredienti, i risultati possono essere molto diversi.

Un losco flyer passatoci sottobanco da uno dei nostri pusher di dischi di fiducia, spinge fuori di casa, la bestemmiabus crew, cui si aggiunge, inaspettato, un Cinastic in versione freak. Il tempo di sorseggiare una birra, e Gennarino sale sul palco. Immaginate la Swamp Thing di Wein & Wrightson con indosso una maglietta degli Oblivians, dotatela di una chitarra e di una gran cassa e vi sarete fatti grosso modo idea del personaggio. Gennarino scandisce con il piede un ritmo primitivo, accompagnando con la sua sei-corde una voce mannara degna di Captain Beefheart anfetaminico. Non c’è nulla di ridicolo nello spettacolo messo in scena per una mezz’ora scarsa; malgrado le risate di qualche astante, assistiamo ad una lezione di anatomia del rock’n’roll: di quanto si può scarnificare la materia, prima che si perda in toto la sostanza? Pezzi, da un minuto, un minuto e mezzo al massimo, suonati dal nostro con una furia concentrata, che, da seduto, ulula al microfono, macina accordi, si interrompe quando perde un tempo, recupera in corsa tra gli entusiasmi dei presenti. Il climax si raggiunge negli ultimi due brani al fulmicotone, quando Gennarino, abbandonata la chitarra, si dedica esclusivamente alla batteria, suonata per il finale solo con la testa. Il tutto con un’espressione imperturbabile. Jacques Tati incontra Chuck Berry. Grandissimo. Il tempo di rimontare il drum kit, ed è la volta delle (vista la superiorità del gentil sesso nel combo) Cokerocket, formazione di cui fanno parte alcuni membri delle Felt Ups. Alle tastiere riconosciamo, anche con indosso una calza utilizzata a mo di maschera, Kee Girl degli Intellectuals. I primi brani lasciano un pò freddini, con l’organo che copre il resto degli strumenti. Man mano che i pezzi si succedono, gli equilibri si ricompongono: la chitarra sferraglia che un piacere, il basso è potente e preciso, la batteria costruisce una solida impalcatura, gli inserti di Kee Girl, divenuti meno invadenti, aggiungono colore al tutto. Alla fine la graziosa cantante scende dal palco e distribuisce caramelle ai presenti. Le Cokerocket fanno venire in mente nomi come Alternative TV e Damned; l’originalità non è di casa, ma visto il coinvolgente risultato chi se ne importa: promosse. Delusione invece per i titolari della serata: i Momo Lamana dal Belgio. Nonostante la buona impressione che Johnny Gentlehand, suonando in versione “onemanband”, ci aveva fatto un paio di anni fa agli ormai chiusi Ex Magazzini, questa sera, accompagnato da un’androgina signorina al basso (Momo) ci strappa più di uno sbadiglio. Il look si rifà rigorosamente ai Velvet Underground, con tanto di giacche di pelle e occhiali scuri, così come il suono, di matrice sixties. Ma la chierica di Johnny, che adesso si fa chiamare Lamana, tradisce l’età, e i riff energici non nascondono le crepe di quello che appare un mero esercizio di stile. I pezzi si succedono scialbamente uno dopo l’altro, strappando più di uno sbadiglio. Più interessanti i brani di surf acido, quando i nostri, accantonano chitarra o basso, per dedicarsi alle tastiere. Il resto odora di naftalina. La drum machine è il membro più interessante e divertente dei Momo Lamana. Il che è tutto dire. Sono quasi le due, Cinastic è scomparso nell’indifferenza generale (nostra compresa) e le fatiche della settimana gravano sulla spalle, quando è il turno dei Taxi. Non gli avevo mai visti dal vivo, ne avevo ascoltato qualcosa della loro discografia. Sapevo solo che erano un gruppo punk di Roma, che si rifaceva a sonorità settantasettine, già attivo da qualche anno (il 1999 per la precisione), e che, a breve, deve uscire un loro nuovo cd. Dubbioso se rimanere e tenere fede al mio impegno di cronista o andarmene a letto, decido di ascoltare un paio di brani, che divengono, tre, quattro fino ad includere l’intero set del quartetto. Perchè se le sonorità sono punk’n’roll, i capitolini dimostrano di aver metabolizzato gli ormai trent’annni trascorsi da quando Ramones e soci dettero fuoco alle polveri. Trame musicali asciutte, con batterie e basso a disegnare algidi scenari, mentre la chitarra di Lorenzo ci investe con una valanga di riff esiziali. Punk si diceva, ma reso con un attitudine H-arT-core che lascia sbalorditi. Tenda, il cantante, ci dà il definitivo calcio nel basso ventre, alternando la violenza selvaggia con cui vomita le liriche ad una danza epilettica, che compensa la statica compostezza dei suoi sodali. Da applausi. Il pubblico, che nel frattempo ha riempito la sala, apprezza, poga e qualcuno si esibisce pure in un stage diving dai 30 cm di palco del Traffic! Doveroso recuperare i lavori in studio dei tassisti e rivederli quanto prima!

Carlo Fontecedro

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